Versos Italian Alessandro Manzoni Amri

Italian poem

Amri

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È sgombro; e tutto Tace d’intorno.

GUNTIGI.

(ad AMRI, accennando SVARTO)

Il riconduci.

SVARTO.

Addio.

Fine dell’atto quarto.

ch’ogni

Ei domandò

ufficio

Caggion

obbedir

chiegga

Vecchio poter salvare han fermo, o seco

Su la

ATTO QUINTO.

SCENA I.

Palazzo Reale in Verona.

ADELCHI, GISELBERTO DUCA DI VERONA.

GISELBERTO.

Costretto, o re, dell’oste intera io vengo A nunziarti il voler: duchi e soldati Chiedon le resa. A tutti è noto, e indarno Celar si volle, che Pavia le porte Al Franco aprì; che il vincitor s’affretta Sopra Verona; e che pur troppo ei tragge Captivo il re. Co’ figli suoi Gerberga Già incontro a Carlo uscì, dell’aspro sire Più ancor fidando nel perdon, che in una Impotente amistà. Verona attrita Dal lungo assedio, di guerrier, di scorte Scema, non forte assai contra il nemico Che già la stringe, non potrà la foga Dei sorvegnenti sostener; nè quelli Che l’han difesa fino ad or, se pochi Ne traggi, o re, vogliono al rischio starsi Di pugna impari, e di spietato assalto. Fin che del fare e del soffrir concesso Era un frutto sperar, fenno e soffriro: Quanto il dover, quanto l’onor chiedea, Il diero: ai mali che non han più scopo Chiedono il fine.

ADELCHI.

Esci: la mia risposta Tra poco avrai.

(GISELBERTO parte).

in fino

Chieggono

Fra

SCENA II.

ADELCHI.

Va, vivi, invecchia in pace; Resta un de’ primi di tua gente: il merti; Va, non temer; sarai vassallo: il tempo È pe’ tuoi pari.—Anche il comando udirsi Intimar de’ codardi, e di chi trema Prender la legge! è troppo. Han risoluto! Voglion, perchè son vili! e minacciosi Li fa il terror; nè soffriran che a questo Furor di codardia s’opponga alcuno, Che resti un uom tra loro!—Oh cielo! Il padre Negli artigli di Carlo! I giorni estremi Uomo d’altrui vivrà, soggetto al cenno Di quella man, che non avria voluto Come amico serrar; mangiando il pane Di chi l’offese, e l’ebbe a prezzo! E nulla Via di cavarlo dalla fossa, ov’egli Rugge tradito e solo, e chiama indarno Chi salvarlo non può! nulla!—Caduta Brescia, e il mio Baudo, il generoso, astretto Anch’ei le porte a spalancar da quelli Che non voglion morire. Oh più di tutti Fortunata Ermengarda! Oh giorni! oh casa Di Desiderio, ove d’invidia è degno Chi d’affanno morì!—Di fuor costui, Che arrogante s’avanza, e or or verrammi Ad intimar che il suo trionfo io compia; Qui la viltà che gli risponde, ed osa Pressarmi;—è troppo in una volta! Almeno Finor, perduta anche la speme, il loco V’era all’opra; ogni giorno il suo domani, Ed ogni stretta il suo partito avea. Ed ora.... ed or, se in sen de’ vili un core Io piantar non potei, potranno i vili Togliere al forte, che da forte ei pera? Tutti alfin non son vili: udrammi alcuno; Più d’un compagno troverò, s’io grido: Usciam costoro ad incontrar; mostriamo Che non è ver che a tutto i Longobardi Antepongon la vita; e... se non altro, Morrem.—Che pensi? Nella tua rovina Perchè quei prodi strascinar? Se nulla Ti resta a far quaggiù, non puoi tu solo Morir? Nol puoi? Sento che l’alma in questo Pensier riposa alfine: ei mi sorride, Come l’amico che sul volto reca Una lieta novella. Uscir di questa Ignobil calca che mi preme; il riso Non veder del nemico; e questo peso D’ira, di dubbio e di pietà, gittarlo!... Tu, brando mio, che del destino altrui Tante volte hai deciso, e tu, secura Mano avvezza a trattarlo.... e in un momento Tutto è finito.—Tutto? Ah sciagurato! Perchè menti a te stesso? Il mormorio Di questi vermi ti stordisce; il solo Pensier di starti a un vincitor dinanzi Vince ogni tua virtù; l’ansia di questa Ora t’affrange, e fa gridarti: è troppo! E affrontar Dio potresti? e dirgli: io vengo Senza aspettar che tu mi chiami; il posto Che m’assegnasti, era difficil troppo; E l’ho deserto!—Empio! fuggire? e intanto, Per compagnia fino alla tomba, al padre Lasciar questa memoria; il tuo supremo Disperato sospir legargli! Al vento, Empio pensier.—L’animo tuo ripiglia, Adelchi; uom sii. Che cerchi? In questo istante D’ogni travaglio il fin tu vuoi: non vedi, Che in tuo poter non è?—T’offre un asilo Il greco imperador. Sì; per sua bocca Te l’offre Iddio: grato l’accetta: il solo Saggio partito, il solo degno è questo. Conserva al padre la sua speme: ei possa Reduce almeno e vincitor sognarti, Infrangitor de’ ceppi suoi, non tinto Del sangue sparso disperando.—E sogno Forse non fia: da più profondo abisso Altri già sorse: non fa patti eterni Con alcun la fortuna: il tempo toglie E dà: gli amici, il successor li crea. —Teudi!

pei

dei

un solo

fra

anco

dei

ruina

qua giù

Altri già sorse: tutto cangia: eterni Patti non stringe con alcun fortuna.

SCENA III.

ADELCHI, TEUDI.

TEUDI.

Mio re.

ADELCHI.

Restano amici ancora Al re che cade?

TEUDI.

Sì: color che amici Eran d’Adelchi.