Italian poem
Canto II (Col pensier, con gli orecchi e…)
Col pensier, con gli orecchi e con le ciglia I’ era immerso in quell’altera vista, Come colui che tace e maraviglia;
Qual dicon che de’ Spirti in fra la lista, Stette mirando le magiche note Il furente di Patmo Evangelista.
Quand’io vidi la Dea, che su l’immote Maladette sorelle il cocchio spinse, E su le infami cigolar le rote,
Primamente un terror freddo mi strinse, Poi surse in petto con subita forza La letizia, che l’altro affetto estinse.
Qual se fiamma divora arida scorza Avidamente, e d’improvviso d’acque Talun l’inonda, subito s’ammorza,
Così sotto la gioja il timor giacque; Poi surse un novo di stupore affetto, E l’uno e l’altro moto in sen mi tacque.
Però ch’io vidi un bel drappello eletto Di Lor che sordi furo al proprio danno, Caldi d’amor di Libertade il petto.
Vidi colui che contro al rio Tiranno Fe’ la vendetta del superbo strupo, Poi che s’avvide del lascivo inganno,
E corse furioso, come lupo, Se mai rapace cacciator gli fura I cari figli dal natio dirupo.
E seco è Lei, che d’alma intatta e pura, Benché polluta ne la spoglia in vita, Lavò col sangue la non sua lordura.
Quei che ritolse ai figli suoi la vita, Poi che ne fero uso malvagio e rio, Immolando a la Patria, ostia gradita,
L’affetto di parente, e dir s’udio: Quei che di fede a la sua patria manca Non è figlio di Roma, e non è mio.
Siegue Quei che la destra ardita e franca Cacciò fremendo ne le fiamme pie, E fe’ tremar Porsenna colla manca.
Ve’ la Vergin che corse a le natie Piaggie, fuggendo del Tiranno l’onte, Per le amiche del Tebro ospite vie.
Ecco quel forte, che al famoso ponte Contra l’Etruria congiurata tenne Ferme le piante e immobile la fronte.
E l’urto d’un esercito sostenne, E contra mille e mille lancie stette, Onde immortale a’ posteri divenne.
Ma ben poria le più sottili erbette Annoverar nel prato e ’n ciel le stelle E le arene nel mar minute e strette
Chi noverar volesse l’alme belle Ch’ivi eran, di valore inclito speglio, Sol de la Patria e di Virtute ancelle.
Sorgea fra gli altri il generoso Veglio, Che involò del Tiranno ai sozzi orgogli La figlia intatta, e ben fu morte il meglio.
Fu la figlia che disse al padre: Cogli Questo immaturo fior: tu mi donasti Queste misere membra, e tu le togli,
Pria che impudico ardir le incesti e guasti; E in quello cadde il colpo, e impallidiro Le guancie e i membri intemerati e casti,
E uscì dal puro sen l’ultimo spiro, Ed a la vista orribile fremea Il superbo e deluso Decemviro,
Cui stimolava la digiuna e rea Libidine, e struggea l’insana rabbia, Che i già protesi invan nervi rodea;
Qual lupo, che la preda perdut’abbia, Batte per fame l’avida mascella, Rugge, e s’addenta le digiune labbia.
Quindi segue una coppia rara e bella, Che ria di ben oprar mercede colse Ahi! da la Patria troppo ingrata e fella.
V’è quel grande che Roma ai ceppi tolse, Indi de l’Afro le superbe mine E le audaci speranze in lui rivolse:
Per cui sovra le libiche ruine Vide Roma discesa al gran tragitto Il fulgor de le fiaccole Latine.
E quei che Magno detto era ed invitto, Che, insiem con Libertà, spoglia schernita Giacque su l’infedel sabbia d’Egitto.
V’era la non mai doma Alma, che ardita Temé la servitù più de la morte, Amò la Libertà più de la vita;
Dicendo: Poi che la nimica sorte Tanto è contraria a Libertate, e invano La terribile armò destra quel forte,
Alzisi omai la generosa mano, E l’alma fugga pria che servir l’empio, Ch’io nacqui e vissi e vo’ morir Romano.
E seco è Lei, che con novello scempio Dietro la fuggitiva Libertate Corse animata dal paterno esempio.
Quindi un drappel venia d’ombre onorate Sacre a la patria, che di sangue diro Ne spruzzar le ruine inonorate.
Bruto primo sorgea, che torvi in giro Pria torse i lumi, indi a Roma gli volse, E da l’imo del cor trasse un sospiro.
E a l’ombre circostanti si rivolse, In cui non fu la virtù patria doma, Indi la lingua in tai parole sciolse:
Ahi cara Patria! Ahi Roma! ah! non più Roma, Or che strappotti il glorioso lauro Invida man da la vittrice chioma.
Ov’è l’antico di virtù tesauro? Ove, ove una verace alma Latina? Ove un Curio, un Fabricio, ove uno Scauro?
Ahi! de la Libertà l’ampia ruina Tutto si trasse ne la notte eterna, Ed or serva sei fatta di reina;
Ché il celibe Levita ti governa Con le venali chiavi, ond’ei si vanta Chiuder la porta e disserrar superna.
E i Druidi porporati: oh casta, oh santa Turba di Lupi mansueti in mostra, Che de la spoglia de l’agnel s’ammanta!
E il popol reverente a lor si prostra In vile atto sommesso, e quasi Dii Gli adora e cole: oh sua vergogna e nostra!
Che valse a me di sacri ferri e pii Armar le destre, e franger la catena? Lasso! e per chi la grande impresa ardii?
Spento un Tiranno, un altro surse, piena Di schiavi de la terra era la Donna, Infin che strinse la temuta abena
Quei che la Galilea dimessa donna Trasse dal fango, e i membri sozzi e nudi Vestì di tolta altrui fulgida gonna;
E maritolla a’ suoi nefandi Drudi Incestamente, e al vecchio Sacerdote A la canna scappato e a le paludi,
Che infallibil divino a le devote Genti s’infinse, che a la Putta astuta Prestaro omaggio e le fornir la dote.
E nel Roman bordello prostituta, Vile, superba, sozza e scellerata Al maggior offerente era venduta.
Ivi un postribol fece, ove sfacciata Facea di sé mercato, ed a’ suoi Proci Dispensava ora un detto, ora un’occhiata.
Ma poi che ferma in trono fu, feroci Sensi vestì, l’armi si cinse, e infece D’innocuo sangue le mal compre croci.
E sue ministre ira e vendetta fece, L’inganno, la viltà, la scelleranza, E fe’ sua legge: Quel che giova lece.
Quindi la maladetta Intolleranza Del detto e del pensier, quindi Sofia Stretta in catene, e in trono l’Ignoranza.
O ditel voi, che di saver sì ria Mercede aveste di sospiri e pianto Da l’empia de l’ingegno tirannia.
O ditel voi, ch’io già non son da tanto; Gridino l’ossa inonorate, e il suono A l’Indo ne pervenga e al Garamanto.
Questi i diletti de l’Eterno sono? Questi i ministri del divin volere? E questi è un Dio di pace e di perdono?
Dillo, o gran Tosco, tu, che de le spere Librasti il moto, e a’ tuoi nepoti un varco Di veritate apristi e di sapere.
Contra te i dardi dal diabolic’arco Sfrenò l’invidia, e contra i tuoi sistemi Indarno trasse in campo e Luca e Marco.
Empj! che di ragione i divi semi Spegner tentaro ne gli umani petti, E colpirono il ver con gli anatemi.
Van predicando un Nume, e a’ suoi precetti Fan fronte apertamente, e a chi gl’imita Fulminan le censure e gl’interdetti.
Povera, disprezzata, umil la vita Quel che tu adori in Galilea menava, E tu suo servo in Roma un Sibarita.
O greggia stolta, temeraria e prava, Che col suo Nume e con se stessa pugna; Di Dio non già, ma di sue voglie schiava.
Altri nemico di se stesso impugna Crudo flagello, e il sangue fonde, e ’l fura, A la Patria, e de’ suoi dritti a la pugna,
Devoto suicida, ed a la dura Verginità consacrasi, i desiri Soffocando e le voci di natura.
Stolto crudel, che fai? de’ tuoi martiri Forse l’amante comun Padre frue? O si pasce di sangue e di sospiri?
Oh stolto! Ei nel tuo core, Ei con le sue Dita divine la diversa brama Pose Colui, che disse “sia”, e fue.
Ei con la voce di natura chiama Tutti ad amarsi, e gli uomini accompagna, E va d’ognuno al cor ripetendo: Ama.
E tu fuggi colei che per compagna Ei ti diede, e i fratei credi nemici, E invan natura, invan grida e si lagna.
E tal sotto i flagelli ed i cilici Cela i pugnali, e vassi a capo chino Meditando veleni e malefici.
O degenere figlia di Quirino, Che i tuoi prodi obliando, al Galileo Cedesti i fasci del valor Latino,
Questi sono i tuoi Cati, e in sul Tarpeo Dei nostri figli si fan scherno e gioco... Ma qui si tacque, e dir più non poteo;
Ché tal la carità del natio loco Lo strinse, e sì l’oppresse, che morio La voce in un sospir languido e fioco.
Quindi tra le commosse ombre s’udio Sorgere un roco ed indistinto gemito, Poscia un cupo e profondo mormorio;
Sì come allor che con interno tremito Quassano i venti il suol che ne rimbomba, S’ode sonar da lunge un sordo fremito,
Che tra le foglie via mormora e romba.