Italian poem
Carlo.[223]
A dura Prova io vi posi, o miei guerrier; vi tenni A perigli ozïosi, a patimenti Che parean senza onor: ma voi fidaste Nel vostro re, voi gli ubbidiste come In un dì di battaglia. Or della prova È giunto il fine; e un guiderdon s’appressa Degno de’ Franchi. Al sol nascente, in via Una schiera porrassi.—Eccardo, il duce Tu ne sarai.—Dell’inimico in cerca N’andranno, e tosto il giungeran là dove Ei men s’aspetta.—Ordin più chiari, Eccardo, Io ti darò. Nel longobardo campo Ho amici assai; come li scerna, e d’essi Ti valga, udrai. Da queste Chiuse il resto Voi sniderete di leggier: noi tosto Le passerem senza contrasto, e tutti Ci rivedremo in campo aperto.—Amici! Non più muraglie, nè bastìe, nè frecce Da’ merli uscite, e feritor che rida Da’ ripari impunito, o che improvviso Piombi su noi; ma insegne aperte al vento, Destrier contra destrier, genti disperse Nel piano, e petti non da noi più lunge Che la misura d’una lancia. Il dite A’ miei soldati; dite lor, che lieto Vedeste il re, siccome il dì che certa La vittoria predisse in Eresburgo; Che sian pronti a pugnar; che di ritorno Si parlerà dopo il conquisto, e quando Fia diviso il bottin. Tre giorni; e poi La pugna e la vittoria; indi il riposo Là nella bella Italia, in mezzo ai campi Ondeggianti di spighe, e ne’ frutteti Carchi di poma ai padri nostri ignote; Fra i tempii antichi e gli atrii, in quella terra Rallegrata dai canti, al sol diletta, Che i signori del mondo in sen racchiude, E i martiri di Dio; dove il supremo Pastore alza le palme, e benedice Le nostre insegne; ove nemica abbiamo Una piccola gente, e questa ancora Tra sè divisa, e mezza mia; la stessa Gente su cui due volte il mio gran padre Corse; una gente che si scioglie. Il resto Tutto è per noi, tutto ci aspetta.—Intento, Dalle vedette sue, miri il nemico Moversi il nostro campo; e si rallegri. Sogni il nostro fuggir, sogni del tempio La scellerata preda, in sua man servo Sogni il sommo Levita, il comun padre, Il nostro amico, in fin che giunga Eccardo, Risvegliator non aspettato.—E voi, Vescovi santi e Sacerdoti, al campo Intimate le preci. A Dio si vóti Questa impresa, ch’è sua. Come i miei Franchi, Umiliati nella polve, innanzi Al Re de’ regi abbasseran la fronte, Tale i nemici innanzi a lor nel campo.
Fine dell’atto secondo.
(ai Conti)
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sacerdoti
Come i miei Franchi A Lui dinanzi abbasseran la fronte, Tale....
ATTO TERZO.
SCENA I.
Campo de’ Longobardi.—Piazza dinanzi alla tenda di Adelchi.
ADELCHI, ANFRIDO.
ANFRIDO.
(che sopraggiunge)
Signor!
ADELCHI.
Diletto Anfrido; ebben, che fanno Codesti Franchi? non dan segno ancora Le tende al tutto di levar?
ANFRIDO.
Nessuno Finora: immoti tuttavia si stanno, Quali sull’alba li vedesti, quali Son da tre dì, poi che le prime schiere Cominciar la ritratta. Una gran parte Scórsi del vallo, esaminando; ascesi Una torre, e guatai; stretti li vidi In ordinanza, folti, all’erta, in atto Di chi assalir non pensa, ed in sospetto Sta d’un assalto; e più si guarda, quanto Più scemato è di forze; e senza offesa Ritrarsi agogna, ed il momento aspetta.
ADELCHI.
E lo potrà, pur troppo! Ei parte, il vile Offensor d’Ermengarda, ei che giurava Di spegner la mia casa; ed io non posso Spingergli addosso il mio destrier, tenerlo, Dibattermi con esso, e riposarmi Sull’armi sue! Nol posso! In campo aperto Stargli a fronte, non posso! In queste Chiuse La fè de’ pochi che a guardarle io scelsi, Il cor di quelli ch’io prendea tra i pochi, Compagni alle sortite, alla salvezza Potè bastar d’un regno: i traditori Stetter lontani dalla pugna, inerti, Ma contenuti. In campo aperto, al Franco Abbandonato da costor sarei, Solo coi pochi. Oh vil trionfo! Il messo Che mi dirà: Carlo è partito, un lieto Annunzio mi darà: gioia mi fia Che lunge ei sia dalla mia spada!
ANFRIDO.
O dolce Signor, ti basti questa gloria. Come Un vincitor sopra la preda, ei scese Su questo regno, e vinto or torna: ei vinto Si confessò quando implorò la pace, Quando il prezzo ne offerse; e tu sei quello Che l’hai rispinto. Il padre tuo n’esulta; Tutto il campo il confessa: i fidi tuoi Alteri van della tua gloria, alteri Di dividerla teco; e quei codardi Che a non amarti si dannar, temerti Dovranno or più che mai.
ADELCHI.
La gloria? il mio Destino è d’agognarla, e di morire Senza averla gustata. Ah no! codesta Non è ancor gloria, Anfrido. Il mio nemico Parte impunito; a nuove imprese ei corre; Vinto in un lato, ei di vittoria altrove Andar può in cerca; ei che su un popol regna D’un sol voler, saldo, gittato in uno, Siccome il ferro del suo brando; e in pugno Come il brando lo tiensi. Ed io sull’empio Che m’offese nel cor, che per ammenda Il mio regno assalì, compier non posso La mia vendetta! Un’altra impresa, Anfrido, Che sempre increbbe al mio pensier, nè giusta Nè gloriosa, si presenta; e questa Certa ed agevol fia.
ANFRIDO.
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