Italian poem
Il Conte
E qual?
IL DOGE.
L’udiste.
IL CONTE.
È del Consiglio il voto Quello che udii?
IL DOGE.
Si: il crederete al Doge.
IL CONTE.
Questo dubbio di me?....
IL DOGE.
Già da gran tempo Non è più dubbio.
IL CONTE.
E m’invitaste a questo? E taceste finor?
IL DOGE.
Sì, per punirvi Del tradimento, e non vi dar pretesti Per consumarlo.
IL CONTE.
Io traditor! Comincio A comprendervi alfin: pur troppo altrui Creder non volli. Io traditor! Ma questo Titolo infame infino a me non giunge: Ei non è mio; chi l’ha mertato il tenga. Ditemi stolto: il soffrirò, chè il merto: Tale è il mio posto qui; ma con null’altro Lo cambierei, ch’egli è il più degno ancora. Io guardo, io torno col pensier sul tempo Che fui vostro soldato: ella è una via Sparsa di fior. Segnate il giorno in cui Vi parvi un traditor! Ditemi un giorno Che di grazie e di lodi e di promesse Colmo non sia! Che più? Qui siedo; e quando Io venni a questo che alto onor parea, Quando più forte nel mio cor parlava Fiducia, amor, riconoscenza, e zelo.... Fiducia no: pensa a fidarsi forse Quei che invitato tra gli amici arriva? Io veniva all’inganno! Ebben, ci caddi; Ella è così. Ma via; poichè gettato È il finto volto del sorriso ormai, Sia lode al ciel; siamo in un campo almeno Che anch’io conosco. A voi parlare or tocca; E difendermi a me: dite, quai sono I tradimenti miei?
IL DOGE.
Gli udrete or ora Dal Collegio segreto.
IL CONTE.
Io lo ricuso. Ciò che feci per voi, tutto lo feci Alla luce del sol; renderne conto Tra insidiose tenebre non voglio. Giudice del guerrier, solo è il guerriero. Voglio scolparmi a chi m’intenda; voglio Che il mondo ascolti le difese, e veda....
IL DOGE.
Passato è il tempo di voler.
IL CONTE.
Qui dunque Mi si fa forza? Le mie guardie!
(alzando la voce, si move per uscire).
IL DOGE.
Sono Lunge di qui. Soldati!
(entrano genti armate)
Eccovi ormai Le vostre guardie.
IL CONTE.
Io son tradito!
IL DOGE.
Un saggio Pensier fu dunque il rimandarle: a torto Non si pensò che, in suo tramar sorpreso, Farsi ribelle un traditor potria.
IL CONTE.
Anche un ribelle, si: come v’aggrada Ormai potete favellar.
IL DOGE.
Sia tratto Al Collegio segreto.
IL CONTE.
Un breve istante Udite in pria. Voi risolveste, il vedo, La morte mia; ma risolvete insieme La vostra infamia eterna. Oltre l’antico Confin l’insegna del Leon si spiega Su quelle torri, ove all’Europa è noto Ch’io la piantai. Qui tacerassi, è vero; Ma intorno a voi, dove non giunge il muto Terror del vostro impero, ivi librato, Ivi in note indelebili fia scritto Il benefizio e la mercè. Pensate Ai vostri annali, all’avvenir. Tra poco Il dì verrà che d’un guerriero ancora Uopo vi sia: chi vorrà farsi il vostro? Voi provocate la milizia. Or sono In vostra forza, è ver; ma vi sovvenga Ch’io non ci nacqui, che tra gente io nacqui Belligera, concorde: usa gran tempo A guardar come sua questa qualunque Gloria d’un suo concittadin, non fia Che straniera all’oltraggio ella si tenga. Qui c’è un inganno: a ciò vi trasse un qualche Vostro nemico e mio: voi non credete Ch’io vi tradissi. È tempo ancora.
IL DOGE.
È tardi. Quando il delitto meditaste, e baldo Affrontavate chi dovea punirlo, Tempo era allor d’antiveggenza.
IL CONTE.
Indegno! Tu mi rendi a me stesso. Tu credesti Ch’io chiedessi pietà, ch’io ti pregassi: Tu forse osasti di pensar che un prode Pe’ giorni suoi tremava. Ah! tu vedrai Come si mor. Va: quando l’ultim’ora Ti coglierà sul vil tuo letto, incontro Non le starai con quella fronte al certo, Che a questa infame, a cui mi traggi, io reco.
(parte il CONTE tra i soldati).
ponea
nuovo
in tempo. Cfr. pag. 226.
chieggio
io dico
Vuoto
ragion
Il cangerei
Ch’io fui
in fra (ma cfr. pag. 240!).
Quel ch’io
veggia
fa [ra] per
Or
stimò
Omai
tribunal
veggio
beneficio
vi
v’è
Questi due versi furono aggiunti nell’ediz. del 1845.
muor
fra le genti armate.
SCENA II.
Casa del CONTE.
ANTONIETTA, e MATILDE.
MATILDE.
Ecco l’aurora; e il padre ancor non giunge.
ANTONIETTA.
Ah! tu nol sai per prova: i lieti eventi Tardi, aspettati giungono, e non sempre. Presta soltanto è la sventura, o figlia: Intraveduta appena, ella c’è sopra. Ma la notte passò: l’ore penose Del desio più non son: tra pochi istanti Quella del gaudio sonerà. Non puote Ei più tardar; da questo indugio io prendo Un fausto augurio: il consultar sì a lungo Tratto non han, che per fermar la pace. Ei sarà nostro, e per gran tempo.