Italian poem
Risposta Di Un Barbaro
by Alfredo Oriani (1852–1909)
I.
Sprona il tuo sauro dalle nari ardenti e la lunga criniera, e via pel cielo corri siccome una fatal cometa orribilmente bella,
sola: le stelle fremano curiose al furiar della corsa e le saette rispondano lontane agli anelanti nitriti del corsiero;
mentre le genti dalle grasse valli alzin gli sguardi e a te meraviglianti accennino con trepido sussurro di fede e di speranza.
Sprona: la soglia d'ignorati mondi batti colla sonora unghia ferrata, quindi improvviso delle reggie avvalla a scalpitar sui tetti,
bianco di spuma, il morso insanguinato, l'occhio di fuoco e la criniera al nembo... e tu, poeta, calmo nel pallore d'invincibil veggente.
Bello! le turbe leveranno il grido della tempesta a salutarti, e lungi l'arcangelo di dio ritto sul tempio fiammante di baleni
sentirà della destra un dì possente cadere il brando arrugginito, mentre il re si cerchi con convulsa mano la corona sul capo.
A che pei colli ove la magra capra bruca i cespugli incarogniti e ignaro d'ogni passato ed avvenir fischiando il capraro si svaga;
o per deserta via nota al mercante di selvagge vaccine, o nella calva prateria che i ruscelli apron fetenti, verdi, brevi ed immoti;
perchè sul collo del bel sauro lente le redini trapassi e l'occhio al suolo cercando le vestigia di una strada trionfale di Roma?
È morta Roma: l'edificio immane del suo impero crollò, che il sol vitale ai popoli rapiva, invan sparuti nell'odio e nella fame:
Roma patrizia che la immonda plebe, siccome una gragnuola di locuste, scagliava alle provincie, e nei teatri di marmi istoriati,
dei vinti regi al calice prezioso beveva il sangue di un venduto eroe, barbaro lo chiamando e la sua gente lontana all'orizzonte,
con un sorriso di pensier superbo. Roma pagana dalle dotte leggi, schiava regina d'infiniti schiavi, parassita del mondo,
cadde. Lo sguardo dalle vette alpine abbassa intorno e làgnati, poeta, del rovinato imperio e delle tante vaste nazioni sôrte
dalle macerie. Primo fior la croce sui rottami del tempio apollinèo bruna s'aderse e ignoto nazareno v'apparve nuovo Dio.
Quindi i selvaggi vincitor di Roma piegâr le fronti; una tepente brezza aleggiò sulla terra e i conculcati sorrisero di fede,
invano sempre! Il martire giudeo, nella corrotta aura del tempio antico, risorgeva tiranno al par di Giove dai tristi sacerdoti:
ed ei più triste di dolor demente l'anime invase, maledisse al mondo, l'immortale terror in sul confine chiamando della vita
a precluder lo scampo. I dì passaro del cristiano impero. Un freddo vento boreal dalla croce il secco Dio, qual foglia inaridita,
dall'albero divelse. Indarno i bronzi tuonan festosi dalle sacre torri richiamando le turbe nella vasta chiesa parata a festa...
Un lungo lagno sepolcral s'eleva dall'organo: l'altar divenne bara; bruciano i ceri, olezzano le rose funebri — è morto Cristo.
E tu, poeta dall'acuto sguardo, che fóra l'avvenir, fascio di luce, onde balena ai popoli la strada dell'incognita meta,
tu vedi ancor Cristo ed Apollo in lotta mortal ferocemente abbrancolati come atleti nel circo, e buon pagano scommetti per Apollo?
Ancor republicano il Campidoglio di Roma antica fantasioso sali, aspettando la candida quadriga del console vincente;
che in cor ti freme il lubrico sorriso di Lidia bianca dalle rosee braccia, cura d'Orazio? È morta Roma, il biondo Apollo è morto, è morto
Cristo, l'estremo degli Dei: lo sdegno cesse e la beffa sui caduti — è morta Lidia, cura d'Orazio; e la tua bianca Lidia è di bianco marmo.
II.
Lascia, poeta, l'aere muffoso della scuola e gli antichi oscuri libri; fremon le vie, sorride il ciel, sorride il sol, la vita è fuori.
S'urtano le passioni; dagli sguardi balzan rosse scintille, dalle labbra rosse parole e nel clamor la nota s'ode di un fresco bacio,
che lungi il vento gitta alla sonora chioma della foresta ed ai narcisi ripetono le rose coll'olente sussurro delle foglie.
Ama: vezzosa popolana ride nel logoro corsetto: imbaccuccata nello scialle fiorito, a brevi passi, in pugno le sottane,
s'affretta la sartina e par sul prato allodola che salti e al sol nascente mandi un vispo saluto. Altera e bella di negletta eleganza,
nel gemmeo pallor gli occhi languenti, odorosa di sete e di un febbrile mister di voluttà, passa la dama, novissima pagana.
Ama: di puro, di lascivo amore, mesto, giocondo; alla menzogna credi, menti tu stesso e la ragion correggi nel senno del demente.
Vita è follia ed il dolor peccato, virtù la gioia... Oh se fatale il giorno della luce ti fu, se in cor ti rugge l'ira della sventura,
lascia le strade popolose, ai neri borghi ti cala e le soffitte cerca note alla fame, tu feroce ignoto fra incogniti feroci.
Odi, interroga, scruta — ogni soffitta ha la sua storia di dolori, antica storia dei vinti di ogni dì, dei morti, di color che morranno
nella battaglia della vita inermi. Anime e corpi scruta: ai sozzi cenci delle speranze e delle vesti ardito poni la mano: origlia
alle coscienze e sentirai compressa, profondamente con sordo rimbombo, ribollir di vulcani insospettati l'irosa onnipotenza...
ed esci — Invano con convulse dita tenti la cetra del tuo biondo Apollo a tal canto di morte — o mio poeta, è d'avorio la cetra!
L'unghie ti caccia in cuore e il cuor ti sbrana ferocemente e col zampil di sangue ti prorompa la nota, unico e primo urlo di un altro mondo.
Canta la fame dei poppanti, orrenda fame di vecchi e di malati, orrenda fame di luce, di saper, d'amore, la fame della vita:
canta, risali i secoli, divaga per ogni terra, ogni nazione illustre od umile di storia; e ovunque l'eco il canto ti ripeta
e tu coll'eco addoppia il tristo canto. Canta, poeta, la leggenda arcana dei vinti eterni, dei vincenti presso al giorno della morte;
belli nel manto del trionfo, il capo inghirlandato e nello sguardo il riso di un vasto mondo di pensier di gloria, sonnambuli felici;
mentre tremoto sotto i monti e sovra nube infinita di procella nera freme l'odio immortale e vittorioso, sola virtù dei vinti.
Casola Valsenio Ottobre 1877.