Italian poem
Mentre a i Zeffiri molli il crin sciogliea
by Antonio Caraccio (1630–1702)
MEntre a i Zeffiri molli il crin sciogliea Colei, che dei suoi crini Tesse catere al mio dolente cuore, Ed il picciolo Amore Saltellar si vedea Tra filo e fil di quei dorati stami, Quai veggiam gli augellini Scherzar tra verdi rami; Ella ver me, che di me fuor tenea Ogni pensier fra quelle chiome involto, Rasserenando il volto: Vieni, mi disse, e di discreta ancella L’opra adempiendo in queste sciolte anella Prova, se in nastri, e in bende Legar saprai chi già ti lega e prende. Indi colla man candida m’offerse Le reticelle, e i veli, Le polveri odorate, i fior, le piume Cha di sparger costume Sell’auree chiome e terse Per adescar gl’insidiati cuori Che non san qual si celi Laccio tra polve e fiori. Così Villan, che le sue reti aperse In verde riva a i garruli augelletti, De’ lacciuoli sospetti Cuopre le fila di minute biade Onde il semplice stuol, che all’esca cade, Mentre sicuro crede Pascere il ventre, s’incatena il piede, Io quasi scosso da gran sonno allora Non risolvea, rapito Da timore in un tempo e da desìo. Ben vaghezza avev’io, Ch’io suoi lacci talora Fidasse in me, che prigionier mi tiene Ma poi non era ardito Di tentar le catene: E l’inesperienza e l’odio ancora, Ch’era in me di quell’arti, e di quegl’usi Feminili e confusi, Temer faceanmi di vergogna, o danno; Pure mi trasse il mio desìo tiranno A trattare in quel crine, Più che le pompe sue, le mie ruine. Con eburneo strumento in pria le masse A scevrar cominciai Di quel fin or, che fluttuava tu̟tto; E parea, che in quel flutto Ogni cuor naufragasse. Oh quante volte, in riversarle io spesso, Del mio cuor vi cercai Alcun vestigio impresso! E quante volte, ove incespar mostrasse Il fesso avorio, io ne sospesi il dente Ansìoso e dolente Per timor, ch’il mio cuore ivi non fosse! E ben fu allor, che sventolate e scosse L’aurate fila, io dissi: Fuggi, mio cuor; nè il mio consiglio udissi. Ella ridendo pur, de’ varj modi Me ammaestrando gìa Come disporre or vaga treccia, or nastro; Ed io fatto già mastro Tessea legami e nodi E gruppi e cerchj e tortuosi anelli, Ma più nell’alma mia, Ch’a lucidi capelli, Ah crudo Amor, per quante vie tu godi D’esercitar ne’ tuoi seguaci e servi Gli empi lacci protervi, E prova far de’ tuoi tiranni imperj! Che d’alma effeminata e di pensieri Non sazio ancor, vuoi d’essi Effeminati i ministerj stessi. E’ fama già, che tra le Reggie Lide, Poi ch’Ercole sul tergo I cardini librò dell’asse eterno, E ‘l debellato Inferno Prostrato a piè si vide, Vinto restò da giovinetta Donna, Che del Leon l’usbergo Fece cangiargli in gonna. Allor mutato in femminella Alcide, Delle reali Ancelle in mezzo al Coro, Siccome una di loro, Diessi a servir la vincitrice altera; Colla man robustissima e guerriera, Usa coll’Idre e gli Aspi, Or le rocche avvolgendo, ed ora i naspi. Ben si stupiro in rimirar quel Prode Trattar la lana e il fuso I Mondi allor, delle cui sfere istesse Altr’ei vinse, altre resse: E ridea della frode Seco maravigliando Amor protervo, Che non era ancor’uso Serva a mirar di servo. Ma più che di stupor, degna di lode, Più che di riso è la novella prova, E tal, che invidia muova Nè più fidi Amator; perocchè quanto Mc avanzò Alcide di fortezza,or tanto Di beltà, di sembianza L’Onfale sua la mia Dorinda avanza.