Versos Italian Cecco Angiolieri LXXXII - Le dolci rime d'amor ch'i' solia

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LXXXII - Le dolci rime d'amor ch'i' solia

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Le dolci rime d’amor ch’i’ solia cercar ne’ miei pensieri, convien ch’io lasci; non perch’io non speri ad esse ritornare, ma perché li atti disdegnosi e feri

che ne la donna mia sono appariti m’han chiusa la via de l’usato parlare. E poi che tempo mi par d’aspettare, diporrò giù lo mio soave stile,

ch’i’ ho tenuto nel trattar d’amore; e dirò del valore, per lo qual veramente omo è gentile, con rima aspr’e sottile; riprovando ’l giudicio falso e vile

di quei che voglion che di gentilezza sia principio ricchezza. E, cominciando, chiamo quel signore ch’a la mia donna ne li occhi dimora, per ch’ella di se stessa s’innamora.

Tale imperò che gentilezza volse, secondo ’l suo parere, che fosse antica possession d’avere con reggimenti belli; e altri fu di più lieve savere,

che tal detto rivolse, e l’ultima particula ne tolse, ché non l’avea fors’elli! Di retro da costui van tutti quelli che fan gentile per ischiatta altrui

che lungiamente in gran ricchezza è stata; ed è tanto durata la così falsa oppinion tra nui, che l’uom chiama colui omo gentil che può dicere; ’Io fui

nepote, o figlio, di cotal valente’, benché sia da niente. Ma vilissimo sembra, a chi ’l ver guata, cui è scorto ’l cammino e poscia l’erra, e tocca a tal, ch’è morto e va per terra!

Chi diffinisce: ’Omo è legno animato’, prima dice non vero, e, dopo ’l falso, parla non intero; ma più forse non vede. Similmente fu chi tenne impero

in diffinire errato, ché prima puose ’l falso e, d’altro lato, con difetto procede; ché le divizie, sì come si crede, non posson gentilezza dar né tòrre,

però che vili son da lor natura: poi chi pinge figura, se non può esser lei, non la può porre, né la diritta torre fa piegar rivo che da lungi corre.

Che siano vili appare ed imperfette, ché, quantunque collette, non posson quietar, ma dan più cura; onde l’animo ch’è dritto e verace per lor discorrimento non si sface.

Né voglion che vil uom gentil divegna, né di vil padre scenda nazion che per gentil già mai s’intenda; questo è da lor confesso: onde lor ragion par che sé offenda

in tanto quanto assegna che tempo a gentilezza si convegna, diffinendo con esso. Ancor, segue di ciò che innanzi ho messo, che siam tutti gentili o ver villani,

o che non fosse ad uom cominciamento; ma ciò io non consento, ned ellino altressì, se son cristiani! Per che a ’ntelletti sani è manifesto i lor diri esser vani,

e io così per falsi li riprovo, e da lor mi rimovo; e dicer voglio omai, sì com’io sento, che cosa è gentilezza, e da che vene, e dirò i segni che ’l gentile uom tene.

Dico ch’ogni vertù principalmente vien da una radice: vertute, dico, che fa l’uom felice in sua operazione. Questo è, secondo che l’Etica dice,

un abito eligente lo qual dimora in mezzo solamente, e tai parole pone. Dico che nobiltate in sua ragione importa sempre ben del suo subietto,

come viltate importa sempre male; e vertute cotale dà sempre altrui di sé buono intelletto; per che in medesmo detto convegnono ambedue, ch’en d’uno effetto.

Onde convien da l’altra vegna l’una, o d’un terzo ciascuna; ma se l’una val ciò che l’altra vale, e ancor più, da lei verrà più tosto. E ciò ch’io dett’ho qui sia per supposto.

E’ gentilezza dovunqu’è vertute, ma non vertute ov’ella; sì com’è ’l cielo dovunqu’è la stella, ma ciò non e converso. E noi in donna e in età novella

vedem questa salute, in quanto vergognose son tenute, ch’è da vertù diverso. Dunque verrà, come dal nero il perso, ciascheduna vertute da costei,

o vero il gener lor, ch’io misi avanti. Però nessun si vanti dicendo: ’Per ischiatta io son con lei’, ch’elli son quasi dei quei c’han tal grazia fuor di tutti rei;

ché solo Iddio a l’anima la dona che vede in sua persona perfettamente star: sì ch’ad alquanti che seme di felicità sia costa, messo da Dio ne l’anima ben posta.

L’anima cui adorna esta bontate non la si tiene ascosa, ché dal principio ch’al corpo si sposa la mostra infin la morte. Ubidente, soave e vergognosa

è ne la prima etate, e sua persona adorna di bieltate con le sue parti accorte; in giovinezza, temperata e forte, piena d’amore e di cortese lode,

e solo in lealtà far si diletta; è ne la sua senetta prudente e giusta, e larghezza se n’ode, e ’n se medesma gode d’udire e ragionar de l’altrui prode;

poi ne la quarta parte de la vita a Dio si rimarita, contemplando la fine che l’aspetta, e benedice li tempi passati. Vedete omai quanti son l’ingannati!

Contra-li-erranti mia, tu te n’andrai; e quando tu sarai in parte dove sia la donna nostra, non le tenere il tuo mestier coverto: tu le puoi dir per certo:

"Io vo parlando de l’amica vostra".