Versos Italian Cecco Angiolieri LXXXIII - Poscia ch'Amor del tutto m'ha lasciato

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LXXXIII - Poscia ch'Amor del tutto m'ha lasciato

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Poscia ch’Amor del tutto m’ha lasciato, non per mio grato, ché stato non avea tanto gioioso, ma però che pietoso fu tanto del meo core, che non sofferse d’ascoltar suo pianto; i’ canterò così disamorato contra ’l peccato, ch’è nato in noi, di chiamare a ritroso tal ch’è vile e noioso con nome di valore, cioè di leggiadria, ch’è bella tanto che fa degno di manto imperial colui dov’ella regna: ell’è verace insegna la qual dimostra u’ la vertù dimora; per ch’io son certo, se ben la difendo nel dir com’io la ’ntendo, ch’Amor di sé mi farà grazia ancora.

Sono che per gittar via loro avere credon potere capere là dove li boni stanno che dopo morte fanno riparo ne le mente a quei contanti c’hanno canoscenza. Ma lor messione a’ bon non pò piacere, perché tenere savere fora, e fuggiriano il danno, che si aggiugne a lo ’nganno di loro e de la gente c’hanno falso iudicio in lor sentenza. Qual non dirà fallenza divorar cibo ed a lussuria intendere? ornarsi, come vendere si dovesse al mercato di non saggi? ché ’l saggio non pregia om per vestimenta, ch’altrui sono ornamenta, ma pregia il senno e li genti coraggi.

E altri son che, per esser ridenti, d’intendimenti correnti voglion esser iudicati da quei che so’ ingannati veggendo rider cosa che lo ’ntelletto cieco non la vede. E’ parlan con vocaboli eccellenti; vanno spiacenti, contenti che da lunga sian mirati; non sono innamorati mai di donna amorosa; ne’ parlamenti lor tengono scede; non moveriano il piede per donneare a guisa di leggiadro, ma come al furto il ladro, così vanno a pigliar villan diletto; e non però che ’n donne è sì dispento leggiadro portamento, che paiono animai sanza intelletto.

Ancor che ciel con cielo in punto sia, che leggiadria disvia cotanto, e più che quant’io conto, io, che le sono conto merzé d’una gentile che la mostrava in tutti gli atti sui, non tacerò di lei, ché villania far mi parria sì ria, ch’a’ suoi nemici sarei giunto: per che da questo punto con rima più sottile tratterò il ver di lei, ma non so cui. Eo giuro per colui ch’Amor si chiama ed è pien di salute, che sanza ovrar vertute nessun pote acquistar verace loda: dunque se questa mia matera è bona, come ciascun ragiona, sarà vertù o con vertù s’annoda.

Non è pura vertù la disviata, poi ch’è blasmata, negata là ’v’è più vertù richesta, cioè in gente onesta di vita spiritale o in abito che di scienza tiene. Dunque, s’ell’è in cavalier lodata, sarà mischiata, causata di più cose; perché questa conven che di sé vesta l’un bene e l’altro male, ma vertù pura in ciascuna sta bene. Sollazzo è che convene con esso Amore e l’opera perfetta: da questo terzo retta è vera leggiadria e in esser dura, sì come il sole al cui esser s’adduce lo calore e la luce con la perfetta sua bella figura.

Al gran pianeto è tutta simigliante che, dal levante avante infino a tanto che s’asconde, co li bei raggi infonde vita e vertù qua giuso ne la matera sì com’è disposta: e questa, disdegnosa di cotante persone, quante sembiante portan d’omo, e non responde il lor frutto a le fronde per lo mal c’hanno in uso, simili beni al cor gentile accosta; ché ’n donar vita è tosta co’ bei sembianti e co’ begli atti novi ch’ognora par che trovi, e vertù per essemplo a chi lei piglia. Oh falsi cavalier, malvagi e rei, nemici di costei, ch’al prenze de le stelle s’assimiglia!

Dona e riceve l’om cui questa vole, mai non sen dole; né ’l sole per donar luce a le stelle, né per prender da elle nel suo effetto aiuto; ma l’uno e l’altro in ciò diletto tragge. Già non s’induce a ira per parole, ma quelle sole ricole che son bone, e sue novelle sono leggiadre e belle; per sé caro è tenuto e disiato da persone sagge, ché de l’altre selvagge cotanto laude quanto biasmo prezza; per nessuna grandezza monta in orgoglio, ma quando gl’incontra che sua franchezza li conven mostrare, quivi si fa laudare. Color che vivon fanno tutti contra.