Versos Italian Cino da Pistoia Nel tempo della mia novella etate

Italian poem

Nel tempo della mia novella etate

by (1270–1336)

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Nel tempo della mia novella etate, Quando mi fu per antico diletto Lo dover far lontan peregrinaggio; Intrando nel camin con puritate Senza altra compagnia, pur io soletto, Per ispacciarmi tosto dal vïaggio (Non conoscea ’l dannaggio Che avvenir suol altrui per rattezza), Con troppa leggerezza Mi fermai di passar per un deserto Sì tenebroso et erto Che pur la vista mi feo quasi stanco; Io vestìa ancor di bianco, E non portava fodro nè guarnaccia, Nè conoscea chi seguìa la mia traccia. Andando per la strada tutto carco D’affannati pensieri e di paura Per una folta che io mirava nebbia, Così com’io passava per un varco Che ’l pian lassava a prender dell’altura, In fra me dissi — Non so ch’io far deggia; — Ma come quei che alleggia Lo peso per andar, così feci io: Strinsimi al mio desìo. E di subito vidi accompagnarmi Cinque giovin senz’armi, Ciascun ornato di divise scure Bianche, gialle, et azzure; Ma, benchè fusser belli, io dubitai; Sì che a morte ciascun di lor piagai. Sì com’io li feri’, senti’ ’l dolore In ciascun membro; chè io fui lor segno, E quelli furon più forti che ’n prima. Io perdei in parte ed acquistai valore, E ricopri’, com’io seppi, il disdegno De’ falsi colpi che io trassi di scrima. Ma, com’io entrai ’n cima D’un colle, vidi sette in un venire Vêr me con tanto ardire Che più dir non si può, con sette donne: Eran vestite in gonne. Egli splendenti, et elle nere et perse, Con faccie assai diverse; E, più che d’arco stral, ciascun venìa Per riserrarmi dinanzi la via. Pugnar mi convenìa con quelle e questi, Spettar nel campo e far come chintana, S’io non volea di subito morire. Allor si fenno li miei pensier tristi Per speme di campar che era lontana, Sì ch’io non potea omai più sofferire: Non mi valse il cherire Mercede allor, che non mi percotesse; Convenìa pur che io stesse A sofferir gli colpi dispietati Che da lor m’eran dati. Et io mirando in capo della strada Vidi con una spada Star una donna con sembianze grame, E tutte sue parole eran di fame. Centuplicommi la paura al core Lo andar vêr quella donna sì spietata, E lo retrogradar che m’era tolto: Sì che io divenni come l'uom che more: La carne mi si feo tutta gelata, E ’l sudor fosco m’uscìa per lo volto. Benchè una voce molto Mi confortasse che nel cor udìa, La qual sì mi dicìa — Dimmi chi sei, non mi ti celare; Ch’io t’imprometto aitare; E farlo posso, ch’io sono regina A cui cotesti inchina: Ma vo’ ben che tu sia tanto cortese, Che lasci a lor quel che da lor si prese. — Allor dagli occhi la palpebra i’ sciolsi Per veder quella donna che parlava Meco parole di tanta soavezza: Della sua vista cotanto raccolsi, Che creatura angelica sembrava Nella nova mirabil sua bellezza. Io, che tanta laidezza Mi vedea, vergognava di star nudo: Ond’ella allora un scudo Mi portò per le armi della pieta, Con forma tanto lieta, Che di me parve più che inamorata: E per lei apparecchiata Mi fu una toga sì bianca, che persa La neve gli parea che le era avversa. Nova canzon del mio camin, tu sei Tanto gradita per la dio mercede, Che certa puoi di me portar novella, Venti duo millia cinquecento e sei Che haggio camminato, come vede L’adorna donna che ancor non favella. Dimmi perchè la stella Che mi conduce non s’è corsa al monte, Ove l’ultimo ponte Convien ch’io passi, con maggior paora, Che s’offerisce ancora. Ma, s’io non perdo la candida robba, La via piana, non gobba, Farammi la regina per virtute, Che mi promise, amando, di salute.