Italian poem
Qui dove, Iola, in grembo al mar sen corre
by Ciro di Pers (1599–1663)
Qui dove, Iola, in grembo al mar sen corre dal mal gradito amante fuggitiva Aretusa, d’orme penose imprimo il bel lido sicano, col pensier misurando quanto mar, quanto cielo quanta terra fraposta mi disgiunge da quelle ch’io solea chiamar de l’alma mia parti migliori, di cui l’una sei tu, l’altra è Nicea. E penso ch’ora a punto l’intero suo cammin fornito ha il sole, da ch’io lasciai partendo cotesti ameni colli, che sovente imparano a fiorire da quelle belle guance, e son forse ancor caldi dell’amoroso ardor di que’ begli occhi; ed ho in spazio sí breve tanti lidi trascorsi, che de l’itaco duce stimo men lunghi i peregrini errori. E se d’udir t’aggrada quel che feci pur dianzi per le contrade eoe lungo camino sui nostri armati pini, che contra l’elespontico tiranno spiegan candida croce in purpureo vessillo, tel narrerò; della mia rozza musa tu gli accenti improvisi intanto escusa. Giá mezzo avea trascorso della fèra nemea l’adusto segno il portator del lume, allor che i bassi lidi di Melita lasciando con cinque audaci legni ch’hanno d’armi e d’eroi gravido il seno, venimmo a queste arene dove l’antica Siracusa ancora con rinovate moli contro il tempo contrasta; e di qua poi rivolte al rinascente Sol l’ardite prore, fidammo i lini al vaneggiar de l’aure, e dopo lunghi spazi di vastissimo mare, mentre spuntava in ciel la quinta aurora, sorger si vide a fronte di Berenice il lido, che di cinque cittadi, onde famosa fu Pentapoli un tempo, appar primiera. Quindi non lungi infra i cerulei flutti chetamente confonde l’oblivïoso Lete i suoi tartarei umori. Si vide poscia il loco dove era Arsinoe e dove Tolomaide risorse, dove Apollonia fu, dove Cirene, ché dell’alte ruine sparso da lungi ancor biancheggia il suolo. Giá fûr cittá superbe, or sasso a pena v’è ch’a sasso sovrasti: cosí fragili sono incontra il tempo l’opere de’ mortali. Non have alcun albergo che sembri ad uso umano quel barbaro terreno; e pur è tutto dagli uomini abitato, i quai non so s’io debba infelici chiamare o pur beati; cosí mal si misura l’altrui felicitá coi propri affetti. Ma se beati fûro quei del mondo novello primieri abitatori, perché non doverò chiamar beati questi ancora, che sono tanto a lor somiglianti? Quello che piace lece, quel che diletta è onesto; re, ciascun a se stesso obbedisce e comanda, né tien, fuor che la gregge, altri soggetti. Quindi essi tranno il cibo, qualor non glielo dan le scosse palme; la clemenza dell’aria, over l’uso piú tosto toglie loro il bisogno d’ingombrar con le vesti l’esercitate membra, ed hanno al caldo, al gelo letto il suol, tetto il cielo. Nessun di vano onore rispettoso ritegno pon mèta ai lor diletti; nessuna avara brama le lor menti molesta; poiché ’l biondo metallo, d’ogni volere espugnator possente, solo fin de’ mortali e sola cura, appo lor è sí vile che in nessun pregio, in nessun uso s’have. Son tai gli abitatori della bella Cirene, ed anco appresso di Marmarica tutta, che tutta noi scorremmo con le temute prore per insino a l’Egitto, presso ai cui verdi lidi il Nilo, peregrin del paradiso, stanco dai lunghi errori, riposa in grembo a Teti, che non come vassallo ma come ospite suo l’onora, e pare che turbar non ardisca co’ salsi flutti i di lui dolci umori. Qui nel lido si vede la famosa cittade cui diè l’essere e ’l nome il Macedone invitto. Quindi non lungi un giorno nell’apparir della novella aurora: — Ecco — s’udí gridare, — ecco una squadra di veleggianti abeti. — Destossi a quelle voci di ciascuno guerriero e la speme e l’ardire, e con veloce moto spingendo i remi e dando in preda a l’aure da l’alte antenne le piú larghe vele, s’affrettava il camino. Giá giá distinta appare di torreggianti pini la vasta forma, e da l’eccelse poppe scorgonsi tremolar le tracie lune, onde certo ciascuno che son nemici: — All’armi, all’armi — grida, e di ferrato usbergo il petto cinge, e grava d’elmo pesante l’onorata fronte, e la spada fedel s’acconcia al fianco, tenendo ne la destra apparecchiate le fulminee canne. Ed ecco, ecco d’intorno freme il ciel, mugge il mar, rimbomba il lido, mentre i bronzi tonanti con orridi fragori replican quinci e quindi gli spaventosi colpi. Fugge timido il giorno tra densa nube ascoso che celando l’orror l’orrore accresce; ne’ piú riposti fondi vanno a tuffarsi le cerulee ninfe, e timido Nettuno fin oltre il varco d’Elle gli squammosi destrier fuggendo affretta. Stringesi intanto la feroce pugna, e de’ nostri l’ardire ogni vantaggio de’ nemici adegua, in guisa tal, che i dieci cedono a’ cinque, ed hanno ogni speme riposta nella vicinitá del porto amico, E giá l’un d’essi in mezzo agli altri, a fronte della cittá nemica, nostra preda rimane; gli altri fidan lo scampo ai lini fuggitivi. Cresciuto il vento intanto disperse in noi la speme de la vittoria intera, e la lor favorí timida fuga. Allor quindi partendo, le vincitrici antenne volgemmo inver’ Boote; né corse il Sol tre volte, di lá dov’ha per cuna aurato il Gange fin lá dove ha per tomba aurato il Tago, ch’accostammo le prore a quelle un tempo sí felici piagge, che de la dea piú bella furon delizia e cura. Or soffrendo l’impero di barbaro tiranno sono piú che ad Amor soggette a Marte; pur mostran ne l’aspetto placida amenitá, ch’alletta il guardo a rimirar colá fiorito un prato, qua verdeggiante un bosco, quinci un’aprica collinetta e quindi una riposta valle, in cui serpeggia un fiumicel lascivo, che ’n fra smeraldi teneri confonde i susurranti suoi fugaci argenti, che sembran dire: — Anco qui regna Amore. — Qui Pafo, o pur di Pafo si vider le vestigie e d’Amatunta; qui Curio s’additò, qui Salamina. Drizzati poscia altrove i legni erranti, fummo di Siria a quei beati lidi, che di sante vestigie il re del cielo impresse giá, mentre l’umane colpe trasse seco a morir, fatto mortale. Qui del Tabor, qui del Sion le cime, qui del sacro Oliveto e del Carmelo inchinai riverente, e fra me stesso piansi di sdegno che per nostro scorno calchi con piè profan barbara gente quei lochi santi, e par che ciò non caglia a quei che sovra il popolo fedele tengon gli scettri, e poi ciascuno a gara vuole con vano ambizïoso nome dirsi re di Sion, dove non hanno se non chi prende i loro fasti a scherno! Nelle fenicie piagge dapoi vidi Sidone e vidi Tiro, che giá pescâr nel margine vicino le pregiate conchiglie onde il manto tingean gli antichi regi. A le falde del Libano frondoso Giulia felice e Tripoli si scorse, indi Seleucia di Pieria, ed indi Alessandria minore entro l’issico seno; di dove poi prendendo a tergo il Sol nascente si scorse lungo la Cilizia e lungo la Panfilia vicina; e poi di Licia e poi di Caria i lidi si costeggiar. Quivi si prese un legno degl’infidi nemici, di ricche merci onusto; ed altri due pur dianzi, vinti sol dal timore, fatti eran nostra preda. Quivi deserto un porto, il quale un dí n’accolse, alla vista n’offerse d’Alicarnasso le ruine sparte, e de la vasta mole onde Artemisia volle del marito onorar le nobil ossa. Sono i marmi piú fini troppo fragili basi in cui si stabilisca il fasto umano: quella superba machina, che valse stancar cinque scarpelli di Grecia i piú famosi, or giace sí, ch’a pena può dirsi: — Ella fu quivi; — ché tra l’arena e l’erba è lo stesso sepolcro ancor sepolto. Poscia Rodi si vide, che giá fu nostra sede; or vi s’annida il nemico ottomano, non so con qual maggiore scorno, o di noi ch’alla fatale e dura necessitá cedemmo, o pur di chi potea, di chi doveva darci soccorso, e da sicura parte neghittoso mirava de’ campioni di Cristo il gran periglio, over commosso da privati sdegni l’arme irritava ambizïose, ingiuste, contro quei che la fede avean comune. S’andò poscia a Carfati, ed indi a Creta, Creta, patria di Giove, per ben cento cittá superba un tempo; di lá si venne ad Epla ed a Citera, che Venere nascente prima raccolse dall’ondose spume. Malea rimase a destra ed i tenari lidi si videro in passando; e Sfragia apparse, Corifagio e Metone s’additaron vicini, e non lontani i colli di Messenia, in verso il polo. L’isola scorsa, che di Prima ha il nome, n’accolsero le Strofade, che fûro giá nido infame de l’immonde Arpie. Indi Zacinto, ed indi ne’ lidi cefaleni un ampio porto; e perché Circio irato, tiranneggiando d’Anfitrite il regno, tutte commosse avea l’ondose moli, qui ci fermammo il terzo sole e ’l quarto, sin che ’l padre Nettuno, sbandite le tempeste e le procelle, col tridente appianò l’umide vie. Traendo allor dall’arenoso fondo l’áncora adunca per gli aperti campi della salata Teti, trascorremmo di novo sin che riconoscemmo amico il suolo ne le calabre spiagge; indi passando il periglioso varco dove il roco latrato s’ode di Scilla infame, e di Cariddi s’aprono le voragini profonde, entrammo ove a le falde di Peloro de la bella Messana con ampio giro si dilata il porto, che da moli superbe intorno cinto toglie all’antiche meraviglie il vanto. Corsero obedïenti e in ordin lungo s’adattâro i marmi ai regi cenni tuoi, gran Filiberto, della cui stirpe al nobil scettro antico inchinan l’Alpi le superbe fronti. Dopo qualche dimora di lá partendo, la felice piaggia di Trinacria si scorse, da quella parte che del Sol nascente esposta giace al redivivo raggio. Qui vidi Etna fumante dal cavernoso seno vomitar, esalar fiamme e facelle; maraviglioso mostro in cui si scorge l’ardor unito al gelo, ché di mezzo alle nevi sorgon gl’incendi e le solfuree vampe lambendo van le gelide pruine. Trascorso poi de’ catanesi il suolo e di Megara, fummo a questi un tempo sí felici lidi di Siracusa, e poscia ove Pachino frange i cerulei flutti; e lasciatolo a tergo, di Malta entrammo il sospirato porto, mèta de’ lunghi e travagliosi errori. In cotal guisa errante peregrino cerco fuggir dall’amorose cure; ma sotto ciel diverso provo i medesimi influssi: ad or ad ora, con dura rimembranza, Nicea mi torna in mente, e del suo nome impresso d’Asia e di Libia infra i deserti lidi piú d’un barbaro scoglio insuperbisce, e vidi l’onda a gara correre per baciar sí belle note. Ma giá con rauco suono le strepitose trombe ne invitano al partir, l’aure seconde chiaman le vele; anch’io men vo co’ gli altri; addio!