Italian poem
Vorrei, siccome
by Domenico Lazzarini (1668–1734)
Strofe I. VOrrei, siccome Ad Enrichetta, la real donzella, Cede senza contesa Qual’altra e saggia e bella, E alle grand’opre intesa Siasi, o fu mai ne’tempi Chiari e fecondi di lodati esempj; Così ogn’altro, che in queste Nozze beate Prende a lodarla Sulle temprate Corde, che udì Tessaglia e Lidia poi, Sacre agli eroi, A me cedesse, onde mio fusse il vanto Del più bel canto; E ornassi l’aureo fortunato letto D’inno più eletto. Antistrofe I. Lume non mai Ne’ migliori anni miei vidi più degno Della cetra Dircea, Quando il fervido ingegno Più dell’arte valea. O Muse, o Febo o quanti Siete mai Numi de’ leggiadri canti, Se v’onorai mai sempre, Se ’l sacro colle Mi vide pure Di sudor molle Sin da fanciullo, e non vi fui discaro, Cantando il chiaro Splendor che m’arse tra l’Esino e il Tronto; Or che son conto, Vostra mercede, e che ’l mio nome s’ode Con qualche lode: Epodo I. Non permettete, Che ingnobil parta dall’arringo illustre, Nè giunga il primo alla segnata meta. Vedete, come lieta Italia è volta ad ascoltar l’industre Canto, che a gara Alla reale, e chiara Portiamo de’Farnesi augusta soglia; Canto, che spoglia L’obblio di forze, ed avvalora il nome Di chi ’l consegne A noi coll’opre generose, e degne. Strofe II. O amabil Coro Delle fanciulle, che invocate Imene, O fanciulli, di padri Chiari germoglio e spene, I soavi e leggiadri Canti, le danze liete Ora cessando, al cantar mio tacete; Che poich’avrò ridetto Quel, che m’ispira Euterpe dea Dell’alta lira, Voi tornerete a richiamare il Dio Con più desio. Udrete, udrete del real Consorte L’amica sorte, E l’alto Ben, che gli promette il Fato, A me svelato. Antistrofe II. Parma beata Quanti ti dieron beni i Cieli amici! Aer sereno, armenti. Pingui, terre felici, Indole grate, menti Colne di senno, augusti Principi, il fior de’ più clementi e giusti. Or ti fan largo dono D’una Sovrana, Che renderebbe Oltra la Tana L’infecondo terren felice e colto Col suo bel volto; Cui nello stesso signoril suo seggio Fanno corteggio Clemenza, cortesìa, parole, e modi Dell’alme nodi. Epodo II. Ma per te poi, Principe grande, eroe grande e signore, Aprirà il Sole i più sereni giorni. Negli aurei adorni Tetti già entrò colle sue grazie Amore Che ad ogni grave Cura porse soave Nettare e ambrosìa, obblìo de’ mali dolce. Che tempra e molce L’aspra virtute degli eroi più forti, E la rinfranca Coll’onesto piacer, se mai si stanca. Strofe III. Ma già risplende L’amica stella, che dell’altre è guida, L’Italica speranza, Pronuba tua, già sgrida Quell’onesta tardanza, Onde lasci l’avito Real palagio, ove già fu nudrito, Donzella eccelsa e grande, Delle virtudi L’amabil fiore, Che in te rinchiudi Coll’esempio del Padre e d’altri tuoi Nomati eroi, Ch’ebber nel Pò, nel Reno, e nell’altero Tamigi impero; De’ quai tra mille il Tosco Omero e mille Trovò il suo Achille. Antistrofe III. A più grave onda Spieghiam le vele dell’ardito stile. Veggio la cuna d’oro, E ’l bel Parto gentile, D’Italia alto ristoro; E ’l veggio tal qual vide Tebe a’ suoi tempi il pargoletto Alcide; O qual videro gli Avi In quelle stesse Famose cune Lui che poi resse Le dell’Ebro, e del Tago armate schiere, Bello il vedere Rider bambino colla sua nudrice Chi coll’ultrice Spada poi vendicò l’onte de’ regi Ne’ fatti egregj. Epodo III. Se il Ver m’accenna Il biondo Dio, colà nell’Asia il chiaro Campo sarà del Giovanetto adulto: Non sempre inulto Sarà quel, che ne fece, oltraggio amaro Nell’Oriente Quella nemica gente Del nostro nomine e dell’augel di Giove. Quel fanciullo, che or muove Le labbra al riso, a quante spose e quante Nell’Asia doma Stracciar farà la mal conciata chioma!