Italian poem
Nox
by Emilio Praga
La luna tonda e placida In mezzo al ciel veleggia, Sol qualche muro squallido Di campanil biancheggia, Non batton fronda i platani Per le deserte vie, Sparse di strane ombrìe.
Qui il tarlo, occulto e vigile Come le noje umane, Solo negli alti stipiti Morde il suo vecchio pane; Solo nelle mie tenebre Cerco il mio pane anch’io, Cerco la fede in Dio!
E il mesto cuore interrogo Di tante larve amante, Su tante care imagini Nei dì perduti errante: Il cuore, il puro oceano Donde a inneggiar sorgea La giovinetta idea.
E penso i dolci studii Di quando in mezzo a fiori Credea la mente avvolgersi E preparar colori, Di quando ancor sull’anima Sorridendo volava L’avemaria dell’ava.
Allora ai belli esametri, Irti di sacre fole, La verità cantavano Le bibliche parole; Allor la bieca Eumenide Salutava, tremante, La vergine di Dante.
Oh il padre eterno! il giudice Calmo, augusto, barbuto! Il Dio della famiglia Da bambinel veduto!... Forse perchè era vecchio E coperto di rai, So che davver l’amai!
Ma le trombe di Gerico Tacquero una mattina: Sparve dal ciel degli angeli La tinta porporina, E innanzi a un muro orribile Torvo piantossi e altiero Il dubbio, in manto nero.
E da quel dì mi seguita, Mi seguita indefesso: Da lungi or or guatavami, Mi sta sul collo adesso; Paziente come un monaco, Furbo come una strega, Discute, afferma, nega;
E un’acre, ineluttabile Voluttà di dolore, E una superbia indomita E un fremito d’orrore, Come note di cembalo Che canta, o stride, o geme, Coll’ugna rea mi spreme.
— O fedeli! o cattolici! Alme beate e pure, Nel dogma e nel misterio Dell’avvenir secure! Turba che ancora, attonito, Mi arresta per le vie A udir le litanie,
Se, nei tranquilli vesperi, Da una socchiusa porta Odor d’incenso l’aria E cantici mi apporta.... Deh, come sposi, o prossimo, La fede all’ignoranza, L’ignoto alla speranza?
Poichè il dilemma, immobile Pesa sull’uom dal giorno Che ad un primo cadavere Si pose il fango intorno; Poichè non altro è il mistico Sole dell’emisfero Che un luminoso zero!
Dove, dove migrarono I popoli pastori, Dove volâr gli spiriti Dei sofi e dei cantori? Che disse Giove olimpio? Osiride che disse? Che fan le stelle fisse?
Dove svanîr le vergini, E le pietose donne? Ove son iti i bamboli E le povere nonne? Mentì il profeta o l’augure, L’apostolo, il bramino? Chi giunse al Dio divino?
O fedeli, o cattolici, Pura e beata greggia! Mentre la luna candida In mezzo al ciel veleggia, Ti accarezza l’arcangelo Che veglia, accorto e bello, Le tende d’Israello.
Dormi nei letti tiepidi O progenie d’Abele, E al capezzal ti piovano Sogni di rose e miele, Nè la beata moglie Ti risvegli russando, Nè il queto bimbo urlando.
Dormi: la notte è fertile Di sante apparizioni, E nuota in lei più rapido L’estro delle canzoni; Io, Beniamini, io veglio Col mio negro compagno, Io veglio, e non mi lagno.
Poichè il silenzio è un angelo, E un sacerdote anch’esso, E contemplar le tenebre È contemplar sè stesso, Nè son parole inutili I sibili e i sussurri Che van pei campi azzurri.
Oh seguitarli in estasi, Fra stelle e nebulose; Dalla region dei fulmini Incenerir le cose; Dimenticar le fisime Delle superbe scuole, E i pulpiti, e le stole!...
Poi quando stanca è l’anima, Povera spia del cielo Che fruga, e attende, e immobile Ha sempre agli occhi il velo, E quando si precipita Dal carro di Boote Piangendo, e a mani vuote....
O fortunate lagrime, O povertà felice! Ti sta dell’uomo libero Il serto alla cervice, Baci un’antica, indomita Fede, e un immenso Iddio Ti canta in cuor: Son Io! —