Versos Italian Ferdinando Fontana La Notte Di San Silvestro

Italian poem

La Notte Di San Silvestro

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La falange dei secoli stanotte Si accrescerà d'un milite novello; E di tanti dolor, di tante lotte, Di tante gioje, raccolte in un anno, Forse un'eco infedele per memoria I dì venturi avranno! Per legger dentro ai secoli remoti Noi meditiam la forma d'un avello; E i nostri figli, cui sarem mal noti, Mediteran nei nostri cimiteri, Dei nostri eventi tessendo la storia E dei nostri pensieri.

E strana legge!... I tumuli silenti Serban per lunghe etadi la parola, Mentre le mille voci delle genti Duran lo spazio che dura un istante, E vanno dei superstiti a morire Nel frastuono incessante! Ah!... Chi potrà afferrar l'attimo arcano Che al tempo stesso sussiste e si invola?! Chi mai potrà indicar con ferma mano Il limite sottil che fu segnato A divider fra loro l'avvenire, Il presente e il passato?!

E noi viviamo; ed ogni dì che fugge Segna una ruga sulla nostra fronte; E un'agonia lentissima ne strugge; E, tremebondi, a noi stessi chiediamo Se esisterem, trascorso un anno, ancora; E mormoriam: "Speriamo!" E interroghiamo gli eventi passati, E gli amori, e i dolori, e l'ire, e l'onte; E dai mille fantasimi evocati Attendiam le speranze ed i conforti, Baciando i figli che vedon l'aurora E ripensando ai morti.

Oh!... Tomba sconfinata!... Oh! Eterno Nulla! Tremendo Iddio che le esistenze ingoi! Oh! Infinito cammin!... Campagna brulla Dai nebbïosi orizzonti!... Ocëàno Sovra i cui flutti non scerne la sponda L'ansioso sguardo umano!... Dimmi, rispondi, che son divenuti I giorni senza numero, e gli eroi, E i popoli, che in sen ti son caduti? Che mai facesti tu di tanta polve Che, come l'onda s'accavalla all'onda, Su sè stessa s'avvolve?

Che mai facesti tu di tante glorie, Di tanti pianti e di tanti sorrisi? Che giovano ai presenti le memorie Se chi lasciolle eternamente è spento? Oh!... Triste scherno!... Un'êra di mill'anni S'accoglie in un accento! Oh!... Triste scherno!... Il mozzicon di sego, Nella cui scialba fiamma ho gli occhi fisi E presso a cui scrivo e bestemmio e prego, Val più dei raggi insiem moltiplicati Che piovvero dal sol su gaudi e affanni Nei secoli passati!

Oh!... Triste scherno!... Il mio vecchio bastone Vale gli scettri dei re che son morti! Il mio gramo cappel val le corone Che il tempo infranse! E il mio mantel sdruscito Val le toghe di porpora e di bisso Del popolo quirito!!! Cesare, Carlomagno e Bonaparte Ove siete?... Ove siete?... I volti smorti Spingete, o spettri, sovra queste carte.... Datemi voi l'accento arcano, il verso, Ond'io possa descrivere l'abisso Su cui sta l'Universo!

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Io mi prostro!... In un'orgia di visioni S'accascia la brïaca fantasia.... Veggo mari di sangue, e templi, e troni Accatastati, e altari, e deliranti Moltitudini, e donne, e bare, e fiori, E spade luccicanti.... E tutta questa baräonda vola Dinanzi agli occhi della mente mia; S'apre ogni bocca e non dice parola; Batte ogni piede ed un fruscìo non s'ode; E, in fondo a un bujo ciel, senza fragori, Ogni folgore esplode.

Talor frammezzo alla gente piccina Giganteggia d'un Genio la figura; Socchiusi gli occhi e colla fronte china Passano i savî delle età trascorse, Color che innanzi all'ardüo problema Hanno esclamato: Forse! Ed io, fiutando l'aura che circonda Questa turba idëal che fa paura, Sento le nari tormentarmi un'onda Di lezzi e di profumi; una miscela D'odor d'alcòve e di tombe; l'emblema Che la carne rivela!

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Dal suolo, ov'io gemevo, rovesciato Come un tronco cui svelse la bufèra, Io mi sollevo.--Il mio sogno è passato, Al pari d'ogni gente e d'ogni evento; Sorgo e, senza nudrir stolide fedi, Alla vita mi avvento. E a lei mi stringo, a questa grama vita Irta di noje, vana e passaggiera, Ma che all'avida bocca inaridita Può ancor porger la mistica mammella! A questa vita, il solo maravedi Dell'umana scarsella!

Dolce tesor di mie brevi giornate, Io ti vo' spendere in luce e in amore, In lagrime e in ebbrezze spensierate! Ah!... Ch'io frema!... Ch'io viva!... È nulla il resto! Muoja chi non vuol vivere!... I piagnoni, Non morti, io li detesto!... Io sparirò pria che i capelli bianchi M'abbian cinta la fronte, ed ho poche ore, Ma vo' morir colla testa sui fianchi Ignudi d'una donna amata e bella, Ripetendo le libere canzoni Di mia mente rubella!

Milano, dicembre 1876.