Italian poem
La Senavra[1]
AI DOTTORI A. MAGNI E A. ARCARI.
Sognatori incorreggibili; Fervidissimi credenti; Cranî vasti e cranî piccoli Dai cervelli turbolenti; Furibonde crëature Piene d'ansie e di paure; Vociatori allucinati Dagli spettri torturati;
Barcollanti paralitici Avviati alla demenza; Infelici, cui sovreccita L'epilettica potenza; Pellagrosi, a cui la Fame Dissanguò le carni grame Per dipingere le rose Delle mense sontüose;
Catalettici, insensibili Come il cuor d'una beghina, Dallo sguardo spento e immobile, Dalla testa sempre china, Cui l'orrenda malattia, Ch'è peggior dell'agonia, Indurì la gamba e il braccio Come il ferro e come il ghiaccio;
Idïoti tardi e sucidi Dalle stolide risate; Silenziosi melanconici Dalle fronti ottenebrate; Vecchi e bimbi, uomini e donne, A cui celan vesti e gonne (Dalla modula uniforme) La goffaggin delle forme;
O pöeti, cui, per esserlo, Non mancò che l'equilibro; O confuse e sparse pagine Che talor non fan più un libro; O filosofi egoïsti Che furiosi, o lieti, o tristi, Suggeriste un entusiasmo All'indagine d'Erasmo;
Io vi veggo dell'Ospizio Negli androni lunghi e scuri Sfilar tutti e, a larve simili, Rasentar gli scialbi muri; E me stesso e il mondo oblio Nell'udir lo stropiccìo Delle scarpe trascinate Sulle pietre levigate.
Quest'Ospizio, or non è un secolo, Era un chiostro solitario; Vi dormian, tranquilli, i monaci Fra una cena ed un rosario: Quella pace chi rimembra? Tutto muta!... E il chiostro or sembra, Per le grida e il chiasso eterno, Una bolgia dell'inferno!
Quanti sogni!... Quanti fascini! Quanti inani desideri! Quante vacüe dovizie Di ipotetici forzieri! Quante inutili ambizioni Irte a mille umiliazioni! Quanto spreco di esistenze Per ridicole parvenze!
Quanto fremer di battaglie Idëali in queste mura! Che splendor di luci incognite! Che prodigi di natura! Che profumi di giardini.... Nel pensiero dei meschini! Che romane orgie evocate Dalle femmine eccitate!
Salve!... Salve!... Questo popolo, Che stropiccia i corridoi, È di re un'augusta accolita! È un manipolo d'eroi! Sono artefici immortali! Sono duci e generali! Sono menti sovrumane! Son duchesse e cortigiane!
Questo giovane, che medita, È un sapiente... che sa nulla! Questa vecchia ottuagenaria Va affermando esser fanciulla! Questo mostro d'ambizione Vi domanda un mozzicone! Questo semplice artigiano Vuole onori da sultano!
Una donna, melanconica E dal volto deformato, Vi susurra: "Dunque, Emilio, "Non m'inganno!... Sei tornato!" Ed un'altra, in foggie strane, Si rimbocca le sottane Al disopra dei ginocchi, Ammiccandovi degli occhi!
Chi combatte cogli spiriti Grida, impreca e il braccio ruota; Altri, al suol cadendo supplice, Resta in estasi devota; Poi proteste, insulti ed ire!... "Io son savio!... Voglio uscire! "Scellerati!... Al cenno mio "Ubbidite!... Io sono Iddio!..."
Se la vita è un mar simbolico, E se noi siam naviganti; Se quaggiù bonaccie e turbini Voglion dir sorrisi e pianti, O miei buoni, questa gente, Che non sa dov'è l'oriente, Questi miseri sparuti Sono naufraghi perduti!...
Ahi!... La Scienza, con un gemito, Dietro a lor perde il coraggio, Nè sa ancor qual sia la gomena Da gettar pel salvataggio! Incessante l'uragano Scuote il rabido oceàno.... Ed i fragili intelletti Si frantuman tra gli affetti!...
Fedi e infamie, amori ed odii, Amarezze ed illusioni! Ecco i venti, i nembi, i fulmini! Ecco i tristi cavalloni! Fino il duol del padre oppresso Nei nepoti resta impresso, E van pazzi a cento a cento Per chimerico spavento!
O follia, sei tu un'orribile E fantastica megera Che trapassi in mezzo agli uomini Come rapida bufera, E che godi, sghignazzando, A toccare il fronte blando Del dormente nëonato Con un dito arroventato?
O Follia!... Cupa voragine!... Viver... morti!--Esser sepolti.... Nè saperlo!--Aver lo spregio.... E non leggerlo sui volti! O Follìa!... Pensier tremendo!... Forse l'estro ond'io m'accendo È lo stigma del Destino, Che mi colse da bambino!...
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Le notturne ore discesero; Son deserti i foschi androni; Già i maniaci s'addormentano Nei squallenti cameroni; Già dei poveri sospetti, Presso l'ànsole dei letti, I metodici guardiani Assicuran piedi e mani....
Deh!... Con sogni placidissimi La pietà li benedica! Chè sui pazzi sta l'anàtema D'una duplice fatica, E domani essi dovranno, Quando tutti sorgeranno Dell'albore ai raggi incerti, Risognare ad occhi aperti!...
Dalla Senavra, 26 settembre 1876.
La Senavra è il nome dell'ospizio dei pazzi di Milano.]