Versos Italian Filippo Ortensio Fabbri O Leggiadra Verginella

Italian poem

O Leggiadra Verginella

by (1650–1750)

Listen in the reader

O Leggiadra Verginella, Pura e bella, Che al Ciel voli in questo giorno E uno stuol de’ più perfetti. Angioletti Fan corona a te d’intorno: Deh cortese accogli, ed odi Queste lodi D’umil cuor figlie sincere; E il mio basso oscuro canto Abbia il vanto Di salir sull’alte sfere. Sola Tu fra cento e cento L’argomento Di mie rime ognor sarai; Ch’io di Nice, o di Amarilli, O di Filli Più cantar non vuò giammai. Tante grazie in te vagheggio, Che non veggio Alla tua beltà conforme: E quel Bel, che al paragone Tuo si pone, Cangia aspetto, e appar deforme. Quà venite, Anime belle, E alle stelle Fisso un guardo rivolgete; E fra vaghe elette squadre La gran Madre In trionfo andar vedrete. Ecco il carro, il cui lavoro Tutto è d’oro, Di diamanti, e di rubini: L’ornamento eccelso, e degno E disegno Della man de i Serafini. La gran Donna assisa in trono, Ode il suono Dell’angelica armonìa; E pur passa gloriosa; Nè riposa, Finchè giunta al Ciel non sia. Del bel serto a Lei non cale, Che immortale Tante gemme in sè raguna: Nè eontenta è la sua speme, Sebbben preme Sotto il piè l’argentea Luna. Di sue brame ha solo eletto Per oggetto Il divino eterno Figlio; Ch’egli solo è vera gioia Senza noia, Senza tema di periglio. Per Lui versa a mille a mille, Vaghe stille Di soave umor sereno: Dolce umore a quel simìle, Che ad Aprile Sparge l’Alba a i fiori in seno. Caro Figlio, Ella gli dice, Sol felice Tu puoi farmi a Te dappresso: Fuor di Te gli astri più puri Son’oscuri, Tenebroso è il Cielo istesso, Quando al suon de’ gravi accenti Gli elementi In brev’ora uscir dal Nulla; Io nel globo oscuro e cieco Era teco Vagheggiando il Mondo in culla. Quando a i fiori, ed alle tant Verdi piante Infondesti e moto e vita; A i lavori il braccio mio Stesi anch’io Sempre teco all’opra unita. Fu ciascun de’geni suoi, Io de’ tuoi, Tu de’ miei l’idea più vaga: Tu mi apristi il sen col guardo, E il mio dardo Rese a te l’istessa piaga. Se Tu sei principio mio, Tuo son’io: Io da te, da me tu nasci: Io nutri tue membra intatte Col mio latte; Tu di nettare mi pasci. Vieni, vola al sen materno Dall’eterno Sen del Padre, o Figlio mio: Brev’è ancor la via, che resta; Ma pur questa Troppo è lunga al gran desìo. Fa, ch’io vegga i raggi tuoi, Se tu vuoi Appagar la mia gran brama: Tu ben sai, Tu stesso il senti, Che i momenti Sembran lustri a chi ben’ama. Più non sente argine, o freno Quel che in seno Mi accendesti immenso fuoco Sicchè fuor di sua primiera Dolce sfera Pargli angusto ogni altro loco. Più l’umìl terrena Dea Dir volea Al celeste Amor, che l’arse; Ma dall’uscio d’Orìente Lume ardente D’improvviso a Lei comparse, La cui sol virtù sublime Forma e imprime Tutto il Bel del Paradiso: Lume eccelso, almo e divino, Uno e Trino, Triplicato, e non diviso. Ei qual chiara nuvoletta La diletta Cinse intorno amabil Dea, E fè tosto amara ecclisse A chi fisse Le pupille in Lei tenea. Ribombar del vasto Empiro Sol si udiro Le sonanti eterne rote; E il celeste Coro unito Fu sentito Scior la voce in queste note: Chi mai fia la Donna forte, Che le porte Puote aprir del nostro albergo? E di stelle pellegrine S’orna il crine, E di sol si copre il tergo Venga, e regni; che Regina La destina Sovra gli astri il Re di gloria, Cinta sia di serto eterno Chi d’Averno Riportò chiara vittoria. Tacque il Coro; e in ogni lido Questo grido Risuonò d’eco festiva: Viva pur la Donna altera, E ogni Sfera Replico più volte: Viva.