Versos Italian Francesco Beccuti A te, signor, che con paterno impero

Italian poem

A te, signor, che con paterno impero

by (1509–1553)

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A te, signor, che con paterno impero queste contrade reggi, udir conviensi quant’occorre d’intorno; ond’io correndo son venuto, che a pena omai respiro. Né sarò forse il primo a darti nuova di quel che dianzi con questi occhi vidi ed ascoltai con queste orecchie, ben che

la novitá di sí stupendo caso par ch’ogni fede avanzi: e fu pur vero, e sallo il gregge ch’allor era intorno. Con l’usata mia verga giá pascendo a le rive del Tebro, e non m’accorsi di sí nuovo miracol, se non quando una ninfa, da l'acque uscita allora, che de’ propri capelli era vestita, rivolta verso il sole disse queste parole:

— Qui, dove splende piú del sole il raggio, vengo a sciugar l'umide trecce bionde: l’aria non sente d’alcun vento oltraggio e ’l ciel benigno ogni sua nube asconde; né cosí lieto al piú fiorito maggio vidi mai questo colle e queste sponde; ride la terra e da sacr’onde aspersa, gioia, pace, diletto e copia versa. Avventuroso, lieto, almo paese, ben hai ragion di ringraziar le stelle, poi che il gran Tebro dianzi ’l braccio stese a far le piagge tue sí adorne e belle: questa tua nuova gloria oggi palese Tritone spande in queste rive e in quelle; e piú d’un fiume, d’alga e giunchi adorno, s’è giá rivolto al suo bel seggio intorno. Veggio ch’ognun s’allegra, ognun l’onora con suoi semplici doni in vece d’auro: quest’è il chiaro Arno che l'Etruria infiora, quell’altro è il Mincio, il riconosco al lauro; veggio la Parma ch’i suoi gigli adora, e ’l Sebeto vi scorgo e ’l bel Metauro, la fosca Nera e ’l candido Clitunno e gli altri ch’aman lui piú che Nettunno. Ma se spirto è tra noi del ben presago e ’l ciel non muti la sua eterna legge, non pur fia d’onorar questo dio vago ogni fiume vicin ch’ei pasce e regge, ma venire il Danubio, il Reno, il Tago

tosto vedrem col suo giá sparso gregge e di nuovo inchinarsi al divin Tebro l’Indo, l’Eufrate, il Nil, la Tana e l’Ebro. —

Qual mi fec’io, quando primier m’accòrsi d’un carro che tiravan su per l’onde frenati pesci e l’una e l’altra sponda facean frondoso ed onorato seggio a quei gran corpi che, distesi ’l fianco, appoggiavan su l’urne e ’l miglior braccio sostenea de la copia il ricco corno! Questi, col volto rugiadoso e ’l crine di salci ornato e di palustri canne, con la destra porgean diversi doni al venerando Tebro che, di lauro cinto le chiome e con lo scettro in mano, nel suo seggio real s’era raccolto; a cui prima di tutti ’l suo fratello Arno, inchinato, con sí dolce suono gli fe’ d’un giglio dono:

— Come divenner pallide le rose che a te ’l gran Nilo a mezzo inverno offerse, quando de le natie piú rugiadose vide le rive tue d’intorno asperse, cosí ’l mio giglio ogni vaghezza ascose, poi che piú vaghi i tuoi gigli scoperse; ma se piú adorni fiori in me non sono, quanto ti posso dar, tutto ti dono. —

Indi si mosse, riverente in atto, il bel fiume di Manto e gli porse il suo don con questo canto:

— Di queste disuguali e dotte canne di cui l’armonia fece oltr’Indo e Tile Titiro risonar il Mincio umile, picciolo dono al tuo valor qui fanne. Questa fe’ lieti i greggi e le capanne, questa i campi vesti d’eterno aprile, alzossi questa in sí superbo stile, che, spenta, Troia ancóra altèra vanne. Tempo fia che non pur l’italiche onde te re de’ fiumi adoreran divote, ma la Garonna, il Ren, l’Albia e l’Ibero. Ed egli intanto fra l’erbose sponde ti pasce un cigno, il qual cantando puote colmar d’invidia e l’uno e l’altro Omero. —

La Parma poi d’un vago scudo adorno il Tebro onorar volse, e tai parole sciolse:

— Iddio ti salvi, Tebro ottimo e vero, degli uomin rege e padre degli dei, a cui s’inchina il Nilo e ’l Gange altiero, la Tana, il Tile e ’l fiume degli Ebrei, Rodano il fertil ed il ricco Ibero e ’l Po col Mincio, ch’è per tanti Orfei illustre e chiaro, a le cui placid’onde pascon cigni di voci alte e gioconde. Indi ’l Sebeto, c’ha di ninfe intorno con la sirena piú di mille cori, la Macra, che dai colli ove soggiorno fan Bacco e Palla, il capo tragge fuori, e, di mirti e di fior le tempie adorno, Arno ti rende li dovuti onori, poi che sei quel ch’in cielo e in terra reggi l’alto scettro di Dio con dritte leggi, Questo celeste scudo or da me prendi, di trofei sacri a maraviglia altiero, col quale armato, in breve e scacci e prendi

l’infido Turco e ’l perfido Lutero; e sotto il suo Gorgon sicuro rendi il popol tutto; ed io, ben ch’un impero di picciol scettro e poche onde abbia meco, fido verronne a tanta impresa teco. —

Il Clitunno avea seco un bianco tauro e, poi che a lui l’offerse, il cuor divoto in queste voci aperse:

— Poi che sotto il tuo impero e dentro il seno il candido Clitunno si raccoglie, onde di tuoi trionfi e di tue spoglie teco sen va superbo al mar Tirreno; colmo di riverenza e d’amor pieno, che, spenti i trist’umor d’atre erbe e foglie, purghi la terra e ’l gregge, onde si coglie frutto soave e senza alcun veleno; e, per lo scettro sopra i fiumi dato, quasi a nuovo Nettuno, ti consacra capo di bianchi armenti un forte tauro. Questo non men che gemme, argento ed auro conviene a te che sei pur cosa sacra, sol per vittorie e per imperi nato. —

Io pur stava a mirar attento e fiso dopo un cespuglio, e maraviglia e tema mi facevano al cuor sí grave assalto, che non so s’io ricorderommi appunto; ma mi par che la Nera, anch’essa umile, un ramo tolto a’ salci umidi e lenti porse con questi accenti:

— Questo arboscel che pioggia e venti sprezza e sempre al taglio piú verde risorge, il dio delle nere onde, per mostrarti, signor, quanto ti prezza, umilmente ti porge, poi che simil lo vede a la tua chiara gloria, a la tua fede. —

Venne il Sebeto poi, carco le chiome e d’aranci odoriferi e di cedri, e, tenendosi in man la sua sirena, disse con voce di dolcezza piena:

— O re de’ fiumi, che in sí eterna gloria hai retto il corso tuo tanti anni e secoli, onde a tutte le lingue hai dato istoria di lodar sempre i tuoi lodati specoli, lascia or, ti prego, ogni altra tua memoria e le parole ascolta e ’l don ch’arrecoli del bel Sebeto accolto in picciol fíuvio ch’onora Baie, Napoli e ’l Vesuvio. Questa sirena, che con canto nobile cercò l’astuto greco al laccio prendere, onde schernita volse il mondo ignobile lasciare ed il suo nome al luogo rendere, la qual pur or dal cielo eterno e immobile un sincero pastor fece discendere, ti manda in dono, acciò ogni faggio e selice oda cantare oltre a Boote ed Elice. —

Fornite avea queste parole appena, quando il Metauro giunse, e cosí poi soggiunse:

— Gran padre Tebro, poi che vuole il cielo che tu ritorni in piú sublime stato che giá mai fosti, quando che ’l bel velo

fe’ al tuo crin bianco il lauro sí pregiato, l’umil Metauro con ardente zelo correndo è giunto al tuo seggio onorato, e in segno di gran scettro e gran corona questa regal fortuna oggi ti dona. —

Io era per udir sino a la sera, tanti fiumi scorgea da varie bande ratti venir; ma, ripensando a l’ira che muove i dèi quando i segreti loro occhio mortal di riguardare ardisce, indi mi tolsi taciturno e cheto e volsi in fretta in questo loco il passo, acciò che ognuno apertamente intenda a quanta gloria è giunto il nostro Tebro. Ma tempo è omai di ritornare al gregge che senza guida errar deve per l’onde.