Versos Italian Francesco Beccuti Corre 'l sesto anno, s'al contar non fallo

Italian poem

Corre 'l sesto anno, s'al contar non fallo

by (1509–1553)

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Corre ’l sesto anno, s’al contar non fallo, Scotto, che a far piú chiaro il vostro nome, dal re chiamato, andaste in Portogallo: e fra me stesso ripensando come sí lungo tempo in lacrimare ho speso, io mi sento arricciar tutte le chiome. Quel dí che vi partiste, il sol conteso ne fu da la sorella, e quel dí fue da piú bel lume il mio intelletto offeso: patirò eclisse in un giorno ambidue, ma Febo un’ora e l’intelletto mio ben cinque anni smarrí le forze sue. Dunque, se tardi scrivo, è sol perch’io in cosí cieco e tenebroso stato, gli amici posi e me stesso in oblio: ma se muto con voi sin qui son stato, da troppo affanno oppresso, io ricompenso con lunga istoria il mio tacer passato. Dirò qual fosse il mio bel foco e penso poter parlar con voi liberamente, ch’ancor voi foste in simil fiamme accenso; e Licorida il sa, che fu possente farvi smarrir tutti gli spirti un giorno ad un sol motto piú che stral pungente. Quel vi trasse a Bologna illustre scorno ad imparar ciò che Ulpiano insegna, e dotto e saggio fèste a noi ritorno; indi colui che in Lusitania regna, seco vi volse e fa col saper vostro la scuola di Coimbria assai piú degna. Ma riserbando a piú purgato inchiostro le vostre lodi, torno a le mie pene, ch’altrove scritte e ne la fronte mostro: voi, come a l’amicizia si conviene, ben mi sarete d’un sospir cortese, se questo suon tant’oltre a voi ne viene. Io dico che quel giorno Amor mi prese, che nel vostro partir sí lunga schiera a farvi scorta insino al Tebro scese. Su la riva del fiume in quel punto era gentil garzone di bellezze conte, che si sedea su l’erba in vista altiera: le costui dolci parolette pronte fûr le mie reti e le maniere accorte che con voi tenne nel varcar del ponte. L’avea bene io le sue fattezze scorte altre fiate, ma quel giorno fôro che mi strinsero al cor nodo sí forte: la bocca, gli occhi, il fronte e ’l bel lavoro del crin vinceva (e son nel mio dir parco) rubin, perle, zaffiri, avorio ed oro. Porti Giove lo strale e Febo l’arco, Marte lo scudo, e quel bel volto miri e fugga poi, se può, di lacci scarco. O mio folle desio, tu pur mi tiri a ricordar quel volto, oimè! da cui non ebbi mai se non guerra e martiri! Ah che fu meglio lacrimar per lui che gioir per qualunque, e la bellezza sua riverir che posseder l’altrui! E s’egli sempre t’ha sprezzato e sprezza a la tua indegnitá te il tutto ascrivi, non a sua crudeltá né a sua durezza; e se par che i tuoi passi ancóra schivi, tu da lungi l’inchina e con lo spirto sempre l’adora e di lui parla e scrivi. Di’ come al crine inanellato ed irto in quel giorno tessea Venere e Flora qual ghirlanda di rose e qual di mirto; di’ come il biondo suo vince e scolora l’ambra, il topazio, l’oro e qual somiglia che nel ciel pinge al suo partir l’aurora; de la fronte il sereno e de le ciglia il sottil arco e ’l ben locato naso, che stupir fanno altrui di maraviglia. Ma qual musa di Cinto o di Parnaso scende a parlar de le due chiare stelle che fûr del viver mio l’orto e l’occaso? Il ciel non vide mai luci sí belle: qui pose Amor l’insegne e: — Queste — disse sieno i miei lacci, i dardi e le facelle. — Vidi, tenendo in lor mie luci fisse, versar gioia, dolcezza e grazia e quanto ne le tre suore il Fiorentino scrisse: quel non so che divino e da lui tanto e dagli altri accennato e non espresso, si scorgea chiaro in quel bel lume santo; e, se non era il batter gli occhi spesso, tanto splendor mirando, io sarei morto, da soverchia dolcezza il core oppresso. Paradiso terreno e celeste orto dirò le guance, dove eterno aprile tra rose e gigli siede a suo diporto; corallo, avorio o cosa altra simile de la sua bocca al bel vermiglio, al bianco, ed al parlar non giunge alcuno stile; né ritrar posso col mio dir giá stanco e le mani e le braccia e ’l petto e ’l collo, le gambe e i piedi e l’uno e l’altro fianco. Nudo il bel corpo, s’alcun mai mirollo, sembra la dea che ’l Vatican vagheggia in vivo marmo col suo chiaro Apollo. O fermi gli occhi o giri, o vada o seggia, o parli o taccia, o sia pensoso o lieto, di grazia Pito e Pasitea pareggia. Col ciglio, che può far tranquillo e queto il mar, quando è piú irato, a me si volse affabile, benigno e mansueto; e fra cinqu’altri che in disparte accolse, fui pel sesto al bel numero eletto, come Fortuna, Amore e ’l Destin volse. Cosí, fuggendo ’l sole, a noi fêr letto sotto grat’ombre, fresch’erbette e nove e sino a sera stemmo in quel diletto. Io non potea rivolger gli occhi altrove che nel bel viso e contemplava intento quei divini occhi da far arder Giove: vedea l’erba fiorir, fermarsi ’l vento, pur che movesse piede o braccio o mano e gli rideva intorno ogni elemento: mi sembrava celeste e non umano riso, il canto, il suon de la favella e d’ogni indegnitá sempre lontano. Sicilia ancor di Galatea favella; ma simile a costui mai non vedremo, e l’etá prisca venga e la novella. Non discoperse mai vela né remo del vostro re sotto ’l piú ardente clima sí novo antropofago o polifemo, che non avesse l’amorosa lima sentita al muover di sí dolci rai e giú deposta ogni fierezza prima. Era di maggio e gli uccelletti gai ragionavan d’amore e l’erbe e l’acque: qual maraviglia poi s’io m’invescai? Quanto poi vidi dopo lui mi spiacque: ma, com’egli s’accorse, ebbe piú a schivo la vista mia ch’a me la sua non piacque; e me n’andai d’ogni sua grazia privo, ed era di mercé chiamar giá roco, per lungo spazio ognor fra morto e vivo. Io sentia consumarmi a poco a poco né sapea disamar né trovar modo che non prendesse ogni mio male a gioco; alfin, come pur d’Ifi infelice odo, con altro laccio, se maggior paura non m’affrenava, avria troncato ’l nodo. Io godea sol per furto e per ventura la disiata vista e i cari accenti, né piú chiedea la mia voglia alta e pura: convien ch’io formi tutt’il giorno e tenti nove chimere e nove imprese e cange vari costumi e luoghi e varie genti. Crispo allora, nostr’Argo, il duol che m’ange vede e me spinge a custodire ’l gregge nel sasso che Sentino arrota e frange. O infortunata mandra, a te pon legge un miser servo, e chi de’ sensi è fuore le pecorelle tue governa e regge! Non per assenzia scema il cieco ardore; valli profonde cerco, erte pendici; ma sempre al fianco io mi ritrovo Amore. Oh quante volte i miei lumi infelici lacrimando volgea verso quel cielo che piú ricopre i nostri colli aprici! Squarciato alfin d’ogni rispetto il velo, torno bramoso a riveder quel volto ch’al cor mi fisse ’l velenoso telo. Veggio i begli occhi e le parole ascolto: tanto ciascun per me travaglia e prega ch’io son da lui benignamente accolto; e compartir talor meco non niega suoi dolci spassi e boscarecci studi e, come a fido, ogni pensier mi spiega; ed io gli scopro i miei candidi e nudi senza alcun neo; ma contra un cor maligno non valsero al mio scampo elmi né scudi. Un ch’era dentro corvo e di fuor cigno ed al suo nome avea contrari effetti e ne la lingua il tòsco e ’n bocca il ghigno, semina in quel cor puro odi e sospetti, e mi son in un’ora, oimè! ritolti tutti gli onesti miei dolci diletti. Né, perché egli sia poi da molti e molti prieghi costretto, sí de l’odio scema, ch’un sol detto mi porga o che m’ascolti. Or, qual fusse ’l dolor, l’angoscia estrema che di tal privazione ’l cor sentiva, la memoria sen fugge e la man trema né sostien che piú oltre in carte io scriva.