Versos Italian Francesco Beccuti Con veloci pensier, con passi lenti

Italian poem

Con veloci pensier, con passi lenti

by (1509–1553)

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argesto Con veloci pensier, con passi lenti al sacro sasso io torno: vien meco, Clita, a rinnovare il pianto funesto e grave e ritentar piú d’una volta l’ingegno per alzar quell’ossa ove è salita l’alma e dove regna cinta d’eterno onore. clita Al comun danno, al dolor nostro intenti, piangiam sotto quest’orno, ché non lice appressar quel tumul santo, Argesto mio, sí spesso, ove s’aduna tra le ninfe Minerva a pianger mossa; e fu sentita un dí, benché non vegna questo segreto fuore. argesto Ogni arbore è nimico ai miei lamenti, che sia di foglie adorno, fuor che il cipresso: e ben conviensi tanto cotesto e gli altri odiar, poiché fortuna col suo furor da le radici ha scossa quella gradita pianta, unica insegna al gemino valore. clita Benché de la stagion non mi rammenti, mi ricordo ch’intorno al troncon rotto si rivolse il canto in mesto lutto, e vidi in veste bruna le Muse, e dir: Se ’l fulmine ha percossa questa fiorita cima, ove disegna far piú suo nido Amore?» argesto Nel mese piú nocivo ai nostri armenti gli dèi, che irati fôrno piú de l’usato, ci ritolser quanto d’onesto e bel fu mai sotto la luna; e Morte, per mostrar tutta sua possa, allora, Clita, con la falce indegna recise il piú bel fiore. clita Or mi sovvien che, i piú benigni venti facendo a noi ritorno, la bell’aura partissi, e in ogni canto fu desto il furor di Eolo e ciascuna brumal procella da Giunon commossa, che sbigottita andò piú giorni e pregna di tenebroso orrore. argesto La bell’aura partissi, e gli elementi ben segno ne mostrorno; l’aura ch’or spazia a l’altre dive accanto del sesto e primo c ciel, benché nessuna l’agguagli di splendor, Cinzia rimossa, che seco unita superar s’ingegna quel che distingue l’ore. clita Mentre le voci tue meste e dolenti percuoton d’ogni intorno, l’aura risuona e ’l bel nome altrettanto, e ’l resto par che taccia eco importuna al tuo disio; benché non mai percossa chiuse ferita né per giunger legna si spense alcun ardore. argesto O Madre universal, come consenti con tuo perpetuo scorno che morte s’abbia del tuo pregio il vanto? e presto vegna men quel che raduna sí lungo tempo e chiuda poca fossa beltá infinita e vil polve divegna sí pregiato sudore? clita Anima eletta, che chiamar ti senti, e da l’alto soggiorno, volgendo i lumi ove lasciasti ’l manto, molesto affanno scorgi ed importuna pioggia di pianto, che giá il Tebro ingrossa, porgimi aita ed ombreggiar m’insegna quanto ho scritto nel core. argesto Voci oscure non ponno o bassi accenti aggiunger luce al giorno; potrian ben forse agevolare alquanto di quest’affanno il peso; ma s’imbruna giá l’Oriente e ’l sol con faccia rossa fuggir s’aita, il parlar nostro avvegna che la sua donna onore. clita Anzi ch’ardita sia, nomarla sdegna lingua di vil pastore.