Versos Italian Francesco Beccuti Nel tempo che non m'ebbe a sdegno Amor

Italian poem

Nel tempo che non m'ebbe a sdegno Amor

by (1509–1553)

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Nel tempo che non m’ebbe a sdegno Amore senza invidia mi vissi e senz’affanno; ma poi che privo son del suo favore (che mi duole assai piú ch’ogni altro danno), vivo di vita e d’ogni gioia fuore; e se i martíri altro ripar non hanno, convien ch’i miei dolori, aspri e diversi, per la lingua e per gli occhi sfoghi e versi. Ma qual lamento fia giá mai, qual pianto ch’agguagliar possa il mio stato doglioso? Io so ben che di voce e d’umor quanto conviensi al duolo apparecchiar non oso; ma spero di gridar, di pianger tanto che ’l mio martír non resterá nascoso. Or t’apparecchia, penna, e, mentre scrivo, occhi, versate un lacrimoso rivo. Com’esser può ch’un sí cortese affetto, sí dolce vista, sí leggiadro viso, che mi sgombrò d’ogni gravezza ’l petto e fe’ vedermi in terra ’l paradiso, or sia cagion di tormi ogni diletto e rivolgere in pianto il canto e ’l riso? Amor, com’esser può (fa ch’io l’intenda) ch’ogni mio mal da sua salute penda? Io dunque son da voi straziato tanto, io che tanto v’apprezzo e tanto onoro dunque ridete voi, voi del mio pianto, voi cui sol chieggio, sol inchino e adoro? a me, ch’ognun per voi post’ho da canto, date questo flagel, questo martoro? tormentate cosí chi non v’ha offeso? or quando mai fu ’l maggior torto inteso? Qual peccato, qual fallo o qual errore se non d’amarvi troppo ho mai commesso? Né me di questo, ma incolpate Amore e ’l ciel che v' ha troppa beltá concesso; ma s’io donato v’ho l’anima e ’l core, beneficio il chiamate e non eccesso; ché piú bel don di quel ch’a voi facc’io non che a mortal, ma non può farsi a un dio. Se il Re del cielo ha questo don sí accetto ch’altrui concede il regno suo per merto, che dovete far voi che ’l piú perfetto cuor che mai fusse e ’l piú fedel v’è offerto? Né io da voi per mia mercede aspetto che gli angel mi mostriate o ’l cielo aperto, ma i begli occhi e la fronte e ’l dolce riso, piú grato a me ch’a l’alme il paradiso. Giá men che prima io non gli son fedele, io non l’amo ora men, non men l’adoro: onde vengono, oimè! tante querele? perché dunque per lei mi spasmo e moro? Amor, tu taci e, com’essa, crudele, prendi forse piacer del mio martoro: ma ne la fin che puoi tu dirmi, s’ella per crudeltá, non per mia colpa, è fella? Quest’è quel che mi fa tanto languire e in tal miseria la mia vita chiude, che mi tormenta, non per mio fallire, ma per sbramar sue voglie inique e crude. Or come puoi giá mai tu consentire, Amor, ch’in questo carcer mi rinchiude, ch’altri mi privi, e non per nostro errore, di quanto acquistai giá col tuo favore? Se sei vendicator d’ingiuste offese, io non so giá quel che ’l tuo sdegno aspetta: hai l’arco in mano e le quadrella tese; fa di me e di te, signor, vendetta. Deh, quanto invan son mie parole spese! Ch’ad altro amante fai costei soggetta, e bene ’l tuo pensier col suo si scontra, ché m’avete ambi congiurato contra. Dunque che debb’io far? chi mi consiglia? qual speranza mi scorge, in cui m’affido? Per aver sempre lacrimose ciglia, non scema il duol, né per continuo grido. Fa l’ultima saetta almen vermiglia nel cuor afflitto, ov’io, crudel, t’annido; dammi la morte omai, ch’io te la chieggio; e che far puoi a un tuo nimico peggio?