Italian poem
Prima ch'io diventassi viandante
by Francesco Beccuti (1509–1553)
Prima ch’io diventassi viandante, mi son trovato mille volte a dire che l’osteria è cosa da furfante, che avrei prima voluto che dormire su l’osteria mezz’ora, che lo spazzo m’avesse fatto la cena patire; e quando sentia dir ch’era un sollazzo l’andar per l’osteria la notte e il giorno, me ne ridea, tant’era goffo e pazzo; parole mi parean tutte da forno e con me mi portava il desinare, quando m’accadea gir pel mondo attorno; né mi poteva nel cervello entrare quest’osteria, questa taverna, questa dispiacevole solo a genti avare. Ma poi ch’un giorno vi cacciai la testa, sua mercé, non son mai di lei satollo, né dí di lavorar, né dí di festa; tal che s’io non mi fiacco o rompo il collo, me ne vo ratto ratto in Elicona a far cantar quell’asino d’Apollo, per poter far sentire a ogni persona in un foglio real di stampa d’Aldo quanto quest’osteria sia bella e buona e quanto abbia giudizio intiero e saldo chi ha l’osteria ne l’ossa e quanto sia, chi di lei dice mal, tristo e ribaldo. Benché, se io fossi de la poesia e de le muse nonno, io non potrei le lodi raccontar de l’osteria, cosa ordinata, un pezzo fa, da i dèi, degno soggetto da stancare il Berna, il Mauro, il Dolce e gli altri corifei. S’offusca il lume de la mia lucerna presso al chiaro splendor lucente e bello di questa spasimata mia taverna: questa è materia da stare a martello, da stancar mille lingue e mille ingegni, da risolvere in zero ogni cervello; quanti furono giá poeti degni che cercaron di tesser questa tela e non son loro riusciti i disegni! La Musa mia si duole e si querela che in questo mar la metta co’ la barca de l’ingegno mio sol senz’altra vela; ma io c’ho giá di mille cose carca la mente, non farò come suol fare chi senza aver biscotto in mar s’imbarca; se vorrá Apollo il suo debito fare mi manderá tutte le dotte schiere del bel monte Parnaso ad aiutare. Anch’ei de l’osteria piglia piacere; quivi allora si ferma e si riposa che a noi sí lunghi giorni fa parere. Voi che cantaste l’anguille e la rosa, le carote, la peste traditora, cantate l’osteria ch’è qualche cosa. Di lá dove Titon lascia l’Aurora sin dove Apollo col suo carro e ’l raggio trabocca, l’osteria la gente onora. Chi trovò l’osteria troppo fu saggio, ché senza, a dir il ver, non si potria far con comoditá lungo viaggio. Se si perde talor la cortesia, cerca corte e palazzo, se tu sai, che la ritrovi alfin su l’osteria. Tutti gli atti cortesi ch’usi e fai io son ben certo, se vuoi dire il vero, ch’a la taverna guadagnati gli hai. Io vorrei prima esser chiamato ostiero per l’inclinazion ch’io tengo in questa, amabile assai piú che ’l nume arciero, ch’avere adorno il crin, ricca la testa di mille altiere e gloriose imprese o di ghirlanda di bei fior contesta. Fa da sé stessa l’osteria palese la liberalitá ch’in lei si trova, che fa senza danar spesso le spese: non resta per la carne darti l’ova e con piú guazzettin dinanzi e poi ti fa sempre gustar vivanda nova. Da l’isole di Gadi ai lidi eoi per la buona osteria si gode e sguazza, pur che ’l quarto di sette non t’annoi. Quivi l’uomo s’ingrassa e si sollazza, quivi si vive e si muor volentieri: o questa sí che l’è una cosa pazza! Un va pensoso per strani sentieri, pur, quando a l’osteria la sera arriva, in su l’uscio dá bando a’ suoi pensieri; e, benché mezzo morto, si ravviva vedendo or un ragazzo or un scudiero non aver di servir la voglia schiva. Poi vi si sente un sí soave e vero odor, ch’al mio parer di molto avanza l’arabo, l’indo e ogni altro profumiero. Quivi è la buona e la gentil creanza, qui servitor con le berrette in mano, ciascheduno in servir studia e s’avanza. A chiunque nasce un appetito vano di provare una volta esser signore, venga quivi, sebben fosse un villano: quivi li si fará mai sempre onore: «signor si», «signor no», con mille inchini, con mille riverenze e con favore. Quivi son mille ingegni pellegrini; ogni grosso spiedon da sé si volta, senz’aiuto di mastri o di facchini; quivi vita si fa libera e sciolta; e, se vuoi dire il ver, non è piacere che agguagli il gir per le taverne in volta. Se avesse avuto un poco piú sapere Maometto, quando stava nel deserto, facea de le taverne provvedere, e poteva esser ben sicuro e certo che non dicea che lor mancato fosse il popol mai quel che loro era offerto. Troppo colui da paladin portosse ch’a cotale esercizio fu primiero e di far l’osteria l’ordine mosse; meriterebbe, in segno d’amor vero, aver sopra scolpito a lettre d’oro: «Alma real, degnissima d’impero». O del mondo, osteria, raro tesoro, scusami se con lingua e con inchiostro tanto, quant’è ’l tuo merto, non t’onoro. N’ha chiaramente l’osteria dimostro e ne mostra ogni giorno quanto sia men di lei necessario l’oro e l’ostro; e chi di lei fa ben la notomia, oh come bello e nobile è il suo orto ove si gode buona malvagía! Io per me sarei giá gran tempo morto, se non m’avesse accolto nel suo seno, d’ogni svogliato refrigerio e porto: s’io fo colazion, merendo o ceno, mi dá, mi dona e mi presenta quelle trippe ch’a nominarle io vengo meno; poi con piú arrosti, piú lessi e frittelle, che non ha tante carnovale a mensa, m’unge la gola e m’empie le budelle. Chi in lei dimora, non discorre o pensa cosa ch’intorbidar possa la mente e gode allegro una dolcezza immensa. Quel dire «Signor mio, vuole niente?» mi sta tanto nel cuor, che non è cosa che sí volentier pensi e sí sovente. Mi vien voglia di dire in rima e in prosa a coloro che vogliono che sia l’osteria cosa sí vituperosa, che mi dican, di grazia, in cortesia, che gran mal vi si fa, che vi si tratta che men ch’umano od usato non sia? Fu la taverna anticamente fatta e fu cavata di mezzo al caosse, perché era cosa troppo agli uomini atta; e fu lasciata e poi ricominciosse al tempo ch’era Simon Cireneo. Egli fu il primo e cosí ben portosse; egli prima alloggiò quel grand’Ebreo che si menava dodici compagni e die’ lor pranzo e gran guadagno feo. Se sapesser costor gli alti guadagni che si fanno, alloggiando a l’osteria, e quanto a le virtú l’uom s’accompagni, non anderian gracchiando per la via c’han l’osteria come l’inferno a noia e qualch’altra incredibile bugia. Quivi, miseri, è ’l nèttare e la gioia, del cui dolce liquor piú volte Giove, vestito a peregrin, si sazia e sfoia. Quivi sempre si trovan cose nove, come dir la primizia d’ogni frutto, cosa impossibil di trovarne altrove. Scorrer per far la roba il mondo tutto e girsi assassinando la persona, esercizio mi par vigliacco e brutto; parmi, da l’altra banda, e bella e buona faccenda avere in borsa dei danari e girne a la Campana, a la Corona, a la Scrofa, a la Spada e a tanti chiari segni e trofei che la taverna ammanta, nimica di spilorci uomini avari. Meritamente l’osteria si vanta oggi di tante gloriose insegne, pregio de l’alta sua virtú cotanta. Scacciò dal mondo le bettole indegne, ch’avevan quasi tutto il mondo guasto co’ le pidocchierie sol di lor degne; ne le quai sempre s’udiva un contrasto di certi infami, ovvero utri da vino, degni d’aver di sodo cerro un basto; erano stanze sol da contadino, e non poteva con onore in loro fermarsi un uom da bene, un cittadino. Parve che ritornasse il secol d’oro, quando poi cominciossi a ritrovare questo de’ galantuomini ristoro. Quando mi avvien talor pel mondo andare e veggio qualch’insegna alzata a l’aura, che sogliono alte sovra gli usci stare, subito l’alma rinfranca e ristaura né piú l’acqua, la neve, il vento cura, ché vede appresso quel che la restaura. Seppe ciò che si far l’alma natura, cioè quand’ella fece l’osteria per mostrar segno che per noi procura: se fosse stata qualche cosa ria, credo che per l’amor ch’essa ne porta, la facea diventar nebbia per via. Fa l’osteria ogni persona accorta, benché inetta da sé, grossa e deserta; dunque per l’osteria gir molto importa. Sta di giorno e di notte sempre aperta ed è sí buona e sí gentil compagna che mille fregi e mille pregi merta. Chi tutto il suo ne l’osteria si magna (lasciam da parte andar le bagattelle) ad ogni modo, al mio parer, guadagna; guadagna, se non altro, un noncovelle, che, se io potessi, eleggerei piú tosto ch’esser padron di tutte le gabelle. Io ho fatto per me fermo proposto, per darli il colmo de le cortesie e farli ben creati, ch’a mio costo vadano i figli miei per l’osterie, dove s’impara a far tante accoglienze e tante e sí superbe dicerie. Chi disia d’imparar motti e sentenze, quest’osteria gentil n’è mastra e scuola, come mastra d’inchini e riverenze. Chiunque la biasma mente per la gola, ché non si puote dir in disonore, di costei ch’io vi parlo, una parola. Mira l’arte, se vuoi, mira il valore, mira l’ingegno che fa diventare un che non sa dir zappa un oratore. Ma voglio omai quest’impresa lasciare e non star tanto in questa bizzarria, che paia che non abbia altro che fare; io lascio questa mia lunga pazzia e lascio queste mie lunghe novelle, lasciando la taverna e l’osteria e gli osti che fan spesso un noncovelle.
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