Italian poem
Capitolo in laude d'Aristotele
by Francesco Berni (1610–1673)
Non so, maestro Pier, quel che ti pare di questa nuova mia maninconia, che io ho tolto Aristotele a lodare.
Che parentado o che genologia questo ragionamento abbia con quello, ch’io feci l’altro dì, della moria,
sappi, maestro Pier, che quest’è ’l bello: non si vuol mai pensar quel che si faccia, ma governarsi a volte di cervello.
Io non trovo persona che mi piaccia, né che più mi contenti che costui: mi paion tutti gli altri una cosaccia,
che fûrno inanzi, seco e dopo lui, e quel vantaggio sia fra loro appunto ch’è fra il panno scarlatto e i panni bui,
quel ch’è fra la quaresima e fra l’unto, ché sai quanto ti pesa, duole e incresce quel tempo fastidioso, quando è giunto,
ch’ogni dì ti bisogna frigger pesce, cuocer minestre e bollire spinaci, stringer melanze sin che ’l succo n’esce.
Salvando, dottor miei, le vostre paci, io ho detto ad Aristotele in secreto, come il Petrarca: "Tu sola mi piaci".
Il qual Petrarca avea più del discreto, in quella filosofica rassegna, a porlo inanzi, come ’l pose drieto.
Costui, maestro Piero, è quel che insegna, quel che può dirsi veramente dotto e di vero saper l’anime impregna;
che non imbarca altrui senza biscotto, non dice le sue cose in aria al vento, ma tre e tre fa sei, quattro e quattro otto.
Ti fa con tanta grazia un argumento, che te lo senti andar per la persona fin al cervello e rimanervi drento.
Sempre con sillogismi ti ragiona e le ragion per ordine ti mette; quella ti scambia che non ti par buona.
Dilèttasi di andar per le vie strette, corte, diritte, per fornirla presto, e non istà a dir: "L’andò, la stette".
Fra li altri tratti Aristotele ha questo, che non vuol che gl’ingegni sordi e loschi e la canaglia gli meni l’agresto.
Però par qualche volta che s’imboschi, passandosi le cose di leggiero, e non abbia piacer che tu ’l conoschi.
Ma quello è con effetto il suo pensiero: se gli è chi voglia dir che non l’intende, làscialo cicalar, ché non è il vero.
Come falcon che a far la preda intende, che gira un pezzo suspeso su l’ali, poi di cielo in un tratto a terra scende,
così par ch’egli a te parlando cali e venga al punto, e, perché tu l’investa, comincia dalle cose generali
e le squarta e minuzza e trita e pesta, ogni costura e buco gli ritrova, sì che scrupolo alcuno non ti resta.
Non vuol che l’uomo a credergli si mova se non gli mette prima il pegno in mano, se quel che dice in sei modi no ’l prova.
Non fa proemî inetti, non in vano: dice le cose sue semplicemente e non affetta il favellar toscano.
Quando l’incorre a parlar della gente, parla d’ogniun più presto ben che male; poco dice d’altrui, di sé nïente,
cosa che non han fatto assai cicale, che, volendo avanzarsi la fattura, s’hanno unto da sua posta lo stivale.
È regola costui della natura, anzi è lei stessa; e quella e la ragione ci ha posto inanzi a gli occhi per pittura.
Ha insegnato i costumi alle persone: la felicità v’è per chi la vuole, con infinito ingegno e discrezione.
Hanno gli altri volumi assai parole, questo è pien tutto e di fatti e di cose e d’altro che di vento empir ci vuole.
O Dio, che crudeltà, che non compose un’operetta sopra la cucina, fra l’infinite sue miracolose!
Credo che la sarebbe altra dottrina che quel tuo ricettario babbuasso, dove hai imparato a far la gelatina;
che ti arebbe insegnato qualche passo, più che non seppe Apicio né Esopo, d’arrosto, lesso, di magro e di grasso.
Ma io che fo, che son come quel topo ch’al leon si ficcò dentro all’orecchia e del mio folle ardir m’accorgo dopo?
Arreco al mondo una novella vecchia, bianchezza voglio aggiungere alla neve e metter tutto il mare in poca secchia.
Io che soglio cercar materia breve, sterile, asciutta e senza sugo alcuno, che punto d’eloquenzia non riceve;
e che sia il ver, va’, leggi ad uno ad uno i capitoli miei, ch’io vo’ morire se gli è suggetto al mondo più digiuno.
Io non mi so scusar se non con dire quel ch’io dissi di sopra: e’ son capricci ch’a mio dispetto mi voglion venire,
come a te di castagne far pasticci.