Italian poem
LXVI. (Se mi vedesse la segretarìa…)
by Francesco Berni (1610–1673)
Se mi vedesse la segretarìa o la prebenda del canonicato, com’io m’adatto a bollire un bucato in villa che mill’anni è stata mia,
o far dell’uve grosse notomia, cavandone il granel da ogni lato, per farne l’ognissanti il pan ficato un arrosto o altra leccornìa,
l’una m’accuserebbe al cardinale, dicendo: "Guarda questo moccicone, di cortigiano è fatto un animale";
l’altra diria mal di me al Guascone, ch’io non porto di drieto lo straccale, per tener come lui riputazione.
"Voi avete ragione", rispondere’ io lor, "ch’è ’l vostro resto? Recate i libri e facciam conto presto.
La corte avuto ha in presto sedici anni da me d’affanno e stento et io da lei ducati quattrocento;
che ve ne son trecento, o più, a me per cortesia donati da duoi che soli son per me prelati,
ambeduoi registrati nel libro del mio cuor ch’è in carta buona: l’uno è Ridolfi e quell’altro è Verona.
Or se fussi persona che pretendessi ch’io gli avessi a dare, arrechi il conto, ch’io lo vo’ pagare.
Voi, madonne, mi pare che siate molto ben sopra pagate; però di grazia non m’infracidate".