Versos Italian Francesco Petrarca Canzone XLVII (QUando il soave mio fido conforto…)

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Canzone XLVII (QUando il soave mio fido conforto…)

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QUando il soave mio fido conforto, Per dar riposo alla mia vita stanca, Ponsi del letto in su la sponda manca Con quel suo dolce ragionare accorto; Tutto di pietà, e di paura smorto Dico: Onde vien’ tu ora, o felice alma? Un ramoscel di palma, Ed un di lauro trae del suo bel seno; E dice, Dal sereno Ciel’ Empireo, e di quelle sante parti Mi mossi; e vengo sol per consolarti. In atto, ed in parole la ringrazio Umilemente; e poi domando; Or donde Sai tu il mio stato? ed ella: Le trist’onde Del pianto, di che mai tu non se sazio, Coll’aura de’ sospir, per tanto spazio Passano al Cielo, e turban la mia pace; Sì forte ti dispiace Che di questa miseria sia partita, E giunta a miglior vita; Che piacer ti devria; se tu m’amasti, Quanto in sembianti, e nel tuo dir mostrasti. Rispondo; Io non piango altro che me stesso; Che son rimaso in tenebre e ’n martìre, Certo sempre del tuo al Ciel salire, Come di cosa ch’uom vede da presso. Come Dio, e Natura avrebben messo In un cor giovenil tanta virtute; Se l’eterna salute Non fosse destinata al tuo ben fare? O dell’anime rare, Ch’altamente vivesti qui tra noi, E che subito al Ciel volasti poi. Ma io che debbo altro che pianger sempre Misero, e sol? che senza te son nulla; Ch’or foss’io spento al latte, ed alla culla, Per non provar dell’amorose tempre. Ed ella; A che pur piangi, e ti distempre? Quanto era meglio alzar da terra l’ali; E le cose mortali, E queste dolci tue fallaci ciance Librar con giusta lance, E seguir me, s’è ver che tanto m’ami; Cogliendo omai qualcun di questi rami! I’ volea dimandar; rispond’io allora; Che voglion importar quelle due frondi? Ed ella: Tu medesmo ti rispondi, Tu la cui non penna tanto l’una onora. Palma è vittoria; ed io giovane ancora Vinsi il mondo, e me stessa; il lauro segna Trionfo, ond’io son degna; Mercè di quel Signor che mi die’ forza. Or tu, s’altri ti sforza, A lui ti volgi, a lui chiedi soccorso; Sì che siam seco al fine del tuo corso. Son questi i capei biondi, e l’aureo nodo, Dico io, ch’ancor mi stringe; e quei begli occhi Che fur mio Sol? Non errar con li sciocchi, Nè parlar, dice, o creder a lor modo. Spirito ignudo sono, e ’n Ciel mi godo: Quel che tu cerchi, è terra già molt’anni: Ma per trarti d’affanni, M’è dato a parer tale; ed ancor quella Sarò più che mai bella, A te più cara sì selvaggia, e pia, Salvando inseme tua salute, e mia. I’ piango; ed ella il volto Con le sue man m’asciuga; e poi sospira Dolcemente, e s’adira Con parole che i sassi romper ponno: E dopo questo si parte ella, e ’l sonno.