Italian poem
Canzone XLIV (TAcer non posso, e temo non…)
TAcer non posso, e temo non adopre Contrario effetto la mia lingua al core; Che vorria far onore A la sua donna, che dal Ciel n’ascolta. Come poss’io, se non m’insegni, Amore; Con parole mortali agguagliar l’opre Divine, e quel che copre Alta umiltate in sè stessa raccolta? Nella bella prigione, ond’or’ è sciolta, Poco era stata ancor l’alma gentile Al tempo che di lei prima m’accorsi: Onde subito corsi (Ch’era dell’anno, e di mia etate Aprile) A coglier fiori in quei prati d’intorno, Sperando a li occhi suoi piacer sì addorno. Muri eran d’alabastro, e ’l tetto d’oro, D’avorio uscio, e finestre di zaffiro; Onde ’l primo sospiro Mi giunse al cor’, e giugnerà l’estremo: Inde i messi d’Amor’ armati usciro Di saette, e di foco: ond’io di loro Coronati d’alloro, Pur com’or fusse, ripensando tremo. D’un bel diamante quadro, e mai non scemo Vi si vedea nel mezzo un seggio altero; Ove, sola, sedea, la bella Donna. Dinanzi, una colonna Cristallina, ed iv’entro ogni pensiero Scritto; e for tralucea sì chiaramente, Chi mi fea lieto, e sospirar sovente. Alle pungenti, ardenti, e lucid’arme; Alla vittoriosa insegna verde; Contr’ cu’ in campo perde Giove, ed Apollo, e Polifemo, e Marte: Ov’è ’l pianto ognor fresco, e si rinverde, Giunto mi vidi: e non possendo aitarme, Preso lasciai menarme Ond’or non so d’uscir la via, nè l’arte. Ma siccom’ uom talor che piange, e parte Vede cosa che li occhi, e ’l cor’ alletta, Così colei per ch’io son in prigione, Standosi ad un balcone, Che fu sola a’ suoi dì cosa perfetta, Cominciai a mirar con tal desio, Che me stesso e ’l mio mal posi in obblio. I’ era in terra, e ’l cor in paradiso, Dolcemente obbliando ogni altra cura: E mia viva figura Far sentia un marmo, e ’mpièr di meraviglia; Quando una donna assai pronta, e sicura, Di tempo antica, e giovane del viso, Vedendomi sì fiso A l’atto della fronte, e delle ciglia, Meco, mi disse, meco ti consiglia: Ch’i’ son d’altro poder che tu non credi; E so far lieti, e tristi in un momento Più leggiera che ’l vento; E reggo, e volvo quando al mondo vedi. Tien’ pur li occhi, com’aquila in quel Sole; Parte dà orecchi a queste mie parole. Il dì che costei nacque, eran le stelle Che producon fra voi felici effetti, In luoghi alti, ed eletti, L’una ver’ l’altra con amor converse: Venere, e ’l Padre con benigni aspetti Tenean le parti signorili, e belle; E le luci empie, e felle Quasi in tutto del ciel eran disperse. Il sol mai sì bel giorno non aperse: L’aere, e la terra s’allegrava; e l’acque Per lo mar avean pace, e per li fiumi. Fra tanti amici lumi Una nube lontana mi dispiacque; La qual temo che ’n pianto si risolve, Se pietate altramente il ciel non volve. Com’ella venne in questo viver basso; Ch’a dir il ver, non fu degno d’averla; Cosa nova a vederla, Già santissima, e dolce, ancor’ acerba; Parea chiusa in or fin candida perla: Ed or carpone, or con tremante passo Legno, acqua, terra, o sasso Verde facea, chiara, soave; e l’erba Con le palme, e coi piè fresca, e superba; E fiorir co’ begli occhi le campagne; Ed acquetar i venti, e le tempeste Con voci anchor non preste Di lingua che dal latte si scompagne; Chiaro mostrando al mondo sordo, e cieco, Quanto lume del ciel fusse già seco. Poi che crescendo in tempo, ed in virtute Giunse a la terza sua fiorita etate; Leggiadria, nè beltate Tanta non vide il Sol, credo, giammai. Gli occhi pien’ di letizia, e d’onestate; E ’l parlar di dolcezza, e di salute. Tutte lingue son mute A dir di lei quel che tu sol ne sai. Sì chiaro ha ’l volto di celesti rai, Che vostra vista in lui non può fermarse; E da quel suo bel carcere terreno Di tal foco hai ’l cor pieno; Ch’altro più dolcemente mai non arse. Ma parmi che sua subita partita Tosto ti fia cagion d’amara vita. Detto questo, alla sua volubil rota Si volse, in ch’ella fila il nostro stame, Trista, e certa indovina de’ miei danni: Che dopo non molt’anni Quella perch’io ho di morir tal fame, Canzon mia, spense Morte acerba, e rea, Che più bel corpo occider non potea.
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