Italian poem
Canzone XLII (STandomi un giorno solo alla finestra…)
STandomi un giorno solo alla finestra; Onde cose vedea tante, e sì nove, Ch’era sol di mirar quasi già stanco; Una Fera m’apparve da man destra Con fronte umana, da far arder Giove, Cacciata da duo veltri, un nero, un bianco; Che l’uno, e l’altro fianco Della Fera gentil mordean sì forte, Che ’n poco tempo la menaro al passo Ove, chiusa in un sasso Vinse molta bellezza acerba morte: E mi fe sospirar sua dura sorte. Indi per alto mar vidi una Nave Con le sarte di seta, e d’or la vela, Tutta d’avorio, e d’ebeno contesta; E ’l mar tranquillo, e l’aura era soave; E ’l Ciel qual’ è se nulla nube il vela: Ella carca di ricca merce onesta Poi repente tempesta Oriental turbò sì l’aere, e l’onde, Che la nave percosse ad uno scoglio. O che grave cordoglio! Breve ora oppresse, e poco spazio asconde, L’alte ricchezze a nul’altre seconde. In un boschetto novo, i rami santi Fiorian d’un lauro giovenetto, e schietto; Ch’un degli arbor parea di paradiso. E di sua ombra uscian sì dolci canti Di varj augelli, e tant’altro diletto, Che dal mondo m’avean tutto diviso: E mirandol’ io fiso, Cangioss’il cielo intorno; e tinto in vista Folgorando ’l percosse, e da radice Quella pianta felice Subito svelse: onde mia vita è trista: Che simil’ ombra mai non si racquista. Chiara Fontana in quel medesmo bosco Sorgea d’un sasso; ed acque fresche, e dolci Spargea, soavemente mormorando: Al bel seggio, riposto, ombroso, e fosco Nè pastori appressavan, nè bifolci, Ma Ninfe, e Muse a quel tenor cantando. Ivi m’assisi; e quando Più dolcezza prendea di tal concento, E di tal vista, aprir vidi uno speco, E portarsene seco La fonte e ’l loco: ond’ancor doglia sento, E sol della memoria mi sgomento. Una strania Fenice, ambedue l’ale Di porpora vestita, e ’l capo d’oro; Vedendo per la selva, altera, e sola; Veder forma celeste, ed immortale Prima pensai, fin ch’a lo svelto Alloro Giunse, ed al fonte che la terra invola. Ogni cosa al fin vola: Che mirando le frondi a terra sparse, E ’l troncon rotto, e quel vivo umor secco; Volse in se stessa il becco, Quasi sdegnando; e ’n un punto disparse: Onde ’l cor di pietate, e d’amor m’arse. Alfin vid’io per entro i fiori, e l’erba, Pensosa ir sì leggiadra, e bella Donna; Che mai nol penso ch’i’ non arda, e treme; Umile in sè, ma ’ncontr’ Amor superba: Ed avea indosso sì candida gonna, Sì testa, ch’oro, e neve parea inseme: Ma le parti supreme Eran avolte d’una nebbia oscura: Punta poi nel tallon d’un picciol angue, Come fior colto langue, Lieta si dipartio, non che secura. Ahi, null’altro che pianto, al mondo dura. Canzon, tu puoi ben dire; Queste sei visioni al signor mio Han fatto un dolce di morir desio.
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