Italian poem
Canzone XLI (AMor, se vuo’ ch’i’ torni al…)
AMor, se vuo’ ch’i’ torni al giogo antico, Come par che tu mostri; un’altra prova Maravigliosa, e nova, Per domar me, conventi vincer pria: Il mio amato tesoro in terra trova, Che m’è nascosto, ond’io son sì mendico; E ’l cor saggio pudico Ove suol’ albergar la vita mia: E s’egli è ver che tua potentia sia Nel ciel sì grande, come si ragiona, E nell’abisso: (perchè qui fra noi Quel che tu vali, e puoi, Credo che ’l senta ogni gentil persona) Ritoglia a Morte quel ch’ella n’à tolto; Et ripon le tue insegne nel bel volto. Riponi entro ’l bel viso il vivo lume Ch’era mia scorta; e la soave fiamma Ch’anchor, lasso, m’infiamma Essendo spenta; or che fea dunque ardendo? E’ non si vide mai cervo, nè damma Con tal desio cercar fonte, nè fiume; Qual’ io il dolce costume Ond’ho già molto amaro, e più n’attendo; Se ben me stesso, e mia vaghezza intendo: Che mi fa vaneggiar sol del pensero, E gir in parte ove la strada manca; E con la mente stanca Cosa seguir che mai giugner non spero. Or’ al tuo richiamar venir non degno: Che signoria non hai fuor del tuo regno. Fammi sentir de quell’aura gentile Di fuor, siccome dentro ancor si sente; La qual’ era possente Cantando d’acquetar gli sdegni e l’ire; Di serenar la tempestosa mente, E sgombra d’ogni nebbia oscura, e vile; Ed alzava ’l mio stile Sovra di sè, dov’or non poria gire. Agguaglia la speranza col desire; E poi che l’alma è in sua ragion più forte; Rendi agli occhi, a gli orecchi il proprio obbietto; Senza ’l qual’, imperfetto È lor’ oprar’, e ’l mio viver’ è morte. Indarno or sopra me tua forza adopre; Mentre ’l mio primo amor terra ricopre. Fa ch’io riveggia il bel guardo ch’un Sole Fu sopra ’l ghiaccio, ond’io solea gir carco. Fa’ ch’io ti trovi al varco; Onde senza tornar passò ’l mio core. Prendi i dorati strali, e prendi l’arco; E facciamisi udir siccome sole, Col suon de le parole Nelle quali io ’mparai, che cosa è amore. Movi la lingua ov’erano a tutt’ore Disposti gli ami ov’io fui preso, e l’esca Ch’i’ bramo sempre: e i tuoi lacci nascondi Fra i capei crespi, e biondi: Che ’l mio voler altrove non s’invesca. Spargi con le tue man le chiome al vento: Ivi mi lega; e puomi far contento. Dal laccio d’or non fia mai chi mi scioglia Negletto ad arte, e ’nnanellato, ed irto; Nè dell’ardente spirto Della sua vista dolcemente acerba; La qual dì, e notte, più che lauro, o mirto, Tenea in me verde l’amorosa voglia; Quando si veste, e spoglia Di fronde il bosco, e la campagna d’erba. Ma poi che Morte è stata sì superba, Che spezzò ’l nodo ond’io temea scampare; Nè trovar puoi, quantunque gira il mondo, Di che ordischi ’l secondo; Che giova, Amor, tuo’ ingegni ritentare? Passata è la stagion: perduto hai l’arme Di ch’io tremava omai che puoi tu farme? L’arme tue furon gli occhi onde l’accese Saette uscivan d’invisibil foco, E ragion temean poco; Che contra ’l ciel non val difesa umana: Il pensar’, e ’l tacer’; il riso, e ’l gioco; L’abito onesto, e ’l ragionar cortese; Le parole che ’ntese Avrian fatto gentil d’alma villana; L’angelica sembianza, umile, e piana, Ch’or quinci, or quindi udia tanto lodarsi; E ’l sedere, e lo star, che spesso altrui Poser’ in dubbio, a cui Devesse il pregio di più laude darsi. Con quest’arme vincevi ogni cor duro: Or se tu disarmato; i’ son securo. Gli animi ch’al tuo regno il cielo inchina, Leghi ora in uno, ed or’ in altro modo; Ma me sol’ ad un nodo Legar potei; che ’l ciel di più non volse. Quell’uno è rotto; e ’n libertà non godo: Ma piango, e grido: Ahi nobil pellegrina, Qual sentenza divina Me legò inanzi, e te prima disciolse? Dio, che sì tosto al mondo ti ritolse, Nè mostrò tanta, e sì alta virtute Solo per infiammar nostro desio. Certo omai non tem’io, Amor, della tua man nove ferute. Indarno tendi l’arco: a voto scocchi: Sua virtù cadde al chiuder de’ begli occhi. Morte m’ha sciolto, Amor, d’ogni tua legge; Quella che fu mia Donna, al Cielo è gita. Lasciando trista, e libera mia vita.
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