Italian poem
Sempre ho avuto voglia
by Franco Sacchetti (1332–1400)
Sempre ho avuto voglia, Veggendo delle donne fiorentine Le nuove foggie, fare una canzone. E non dirò che doglia Abbiano i cattivelli e che ruine Per contentar lor falsa oppinïone: Ma io vo’ dir sol delle lor persone Che portan portature tanto strane Fuor d’ogni modo vane. E farò il mio principio della cima: Qual è di tante forme, Che ciascuna per fare usanza prima Non posa mai nè dorme, Con coccoli, con giunchi e catenelle Trovando ogn’ora nuove ghirlandelle. E son già alte tanto Che poco è alta più tal che la porta: Avvisasi ciascuna esser maggiore. I lor capelli quanto Più lunghi hanno, e più se ne conforta La mente lor; per dimostrarsi fuore Con elli scapigliati a tutte l’ore. Imberettate come le mondane I’ veggio donne vane: E quelle che i crin portan suso avvolti Sul cuccuzol raccolti Con tanti giri sovra l’alta ciocca, E tanti umor soverchi Portano: e quelle che per farlo biondo Al sol si stanno quand’egli arde il mondo. E vuo’ lasciar frenelli Contro di tanti versi con ciocchette E venire alla parte de’ lor visi: Con lisci e bambagelli Gli pingono: e ne mostran tai cosette Che a pena le comprendon gli occhi fisi. Ma che ne avvien di questi loro avvisi? Che i denti fanno neri e gli occhi rossi, E di questi soprossi Niente si curan: pur che in tal maniera Si possan dimostrare. O alchimia maledetta che la vera Carne fai dibucciare, Pelando teste o ciglia in modo tale Che tormento non è con maggior male! Quando si vede il petto Spinger da un capezzal largo ed aperto E mostrar le ditelle e vie più giuso; Non so più bieco effetto, Che quale è membro da portar coverto Quel più discuopra per lo peggior uso. Tanto di maglie hanno il busto chiuso, Che di sopra se ’n va una gran parte Del corpo; e l’altra in parte Si gonfia sì che ciascuna par pregna. Così serrate in mezzo Appaion: e ancor par che loro avvegna, Per questo stringer, pezzo; Che tal si sconcia grossa, e tal si face Che sotto porta un piumacciol fallace. Brache delle guarnacche Alcune fanno. Van queste di sopra Con nascosi piombini a’ piè d’intorno: Sicchè con tal trabacche L’alta pianella e il calcagnin si cuopra. Dove al suol cade, ne riceve scorno Il copertoio smisurato e adorno. E tirano co’ pie sì gran traìno. Che, se pel re divino Così facesser, sante sarìen tosto. Ma a tanto son venute Ch’è di cento fiorin dell’una il costo. E tai si son vedute Incespicare andando a petto tese, Che d’un palchetto par ch’e’ sien discese. Veggio per questo modo Donne sì grandi della terra uscire Che fan meravigliar la mente mia. E dalle madri odo Con altre donne per le chiese dire — Costei è grande; e ancor più grande fia; Che par che ogni anno ben cresciuta sia. — E questi i loro paternostri sono, Dicendo con tal suono Che udir li fanno a chi tra lor si aggira, Con vana volontate. Chè tanto han bene quanto altri le mira; Vendendo lor ghignate A’ ciechi tristi quando voglion moglie; Trovando poi qual zoppa e qual con doglie. Così d’usanza prove Si sforzan di far spesso, sè apparando Di meretrici in consueta veste. Io veggio cioppe nove Già una parte d’esse gir portando E que’ mantelli di che l’uom si veste. Dicon che ’l fanno per essere oneste; E mutan foggie sotto tal coverto. Chi non mira ben certo, Paion scolari in legge od in decreto. Altre velate vanno Portando bruno, e sbarran gli occhi a dreto, Dove appiccati gli hanno Sovra i crocicchi; in forma che nessuna Li chiude, come vuol l’usanza bruna. Le vesti più assai Son ch’elle fanno, che nel mare i pesci, Perchè altrettante il mondo non ne chiude. E par che sempre mai Fra lor si tagli cucia lievi e cresci Per far nuov’arte alle lor membra nude. Facciansi innanzi le provincie crude Barbare greche, turche sorïane Saracine indïane, Chè a petto a questa ogni maniera è nulla, E per non perder ora Maritansi quand’escon della culla: Tale usanza si onora. Chi le contenta, sua ricchezza atterra: E chi no ’l fa, sta con lor sempre in guerra. I’ farò punto e fine: Perch’i’ veggio che messa mano in pasta Mi sono avvolto dentro a un labirinto. Ho il principio e no ’l fine: E voglio raccontar quel che non basta All’appetito lor così distinto. Da queste è l’uomo già sommerso e morto, Bontà de’ tristi c’han sì fatte mogli! Tra così fatti scogli Lo animal razionale è soggiogato. Però, canzon novella, In altra ho già de’ giovani parlato; Trova la tua sorella, E va’ con lei cantando li tuoi versi; Ch’i’ non mi so qual deggia più dolersi.