Italian poem
Volpe superba viziosa e falsa
by Franco Sacchetti (1332–1400)
Volpe superba vizïosa e falsa, Ingrata disdegnosa et ignorante, Come ti vedi avante Venir in contro il iudicio superno! Il tuo poder che già fu in acqua salsa Perdesti, per voler signoreggiante Essere al soprastante. In mar comun, se ben nel cor discerno, Tu non temevi a pena il re eterno, Sì ti parea sovr’ogn’altra esser grande: Ma alla Meloria avesti tal vivande, Che mai non fosti più in acqua donna. Volevi esser colonna, Per ristorarti poi, di terra ferma; E non considerando alla tua possa Nè quanto eri inferma, Se’ giunta in parte con la tua arroganza, Che tu non potrà’ dir quel che t’avanza. Una due volte e tre e quattro offesi, Essendo più possenti, hanno sofferto I tuo’ nemici; certo, Siccome saggi, per aver ragione, E per non essere al tuo mal accesi, E per non dare a te quel ch’era merto, Il lor pensier coverto È stato in sino all’ultima cagione. Per fuggir di ciascun la riprensione, Mossi si sono allor che l’alto regno In verso te ha dato fermo segno. Però che tu se’ peggio che pagana, Fuor di natura umana Invidïosa rea di mal talento; Che per vedere il secol tutto a fondo Sofresti aver tormento; Scacciando ognun che t’ha tenuto in pace E ritenendo qual più ti disface. In fiero orgoglio già ti fe venire Vittoria alcuna che avesti in terra; E, volendo far guerra, Contr’al dovere ogn’ora ti movesti. Ingrata a Dio, sanza umiltà sentire, Non conoscendo, al ben facesti serra: Ma ’l mal che ’n te s’afferra T’ha pur guidato a far che tu ti desti. Gli spirti tuo’ crudeli e tanto infesti Contro a color che ti facean possente Ti faranno tornare ancor a mente Per che più ch’altri amar dovevi loro: Tu sai ch’ogni tesoro, O misera, per loro a te venìa. Sanza occhi sanza mente se’ venuta Al mal che in te si cria, Sempre rompendo lealtate e fede, Fera diversa e fuor d’ogni merzede. Quel che t’avvenne pensa che non move Se non d’alta giustizia che t’infonde. Deh sâmi tu dir onde Quel da Postierla mandasti a Melano? Come di sopra a te fuoco non piove! Ugolin Conte ancora non s’asconde E l’altre vite immonde Pargole ed innocenti, che con vano Pensier di tradimento sì tostàno Festi con crudeltà venire a morte, Ed altre cose ancor ch’io non t’ho scorte Sì come quella che di Tolomeo Nascesti, o Gan ti feo. Ma s’tu conosci l’aspra disciplina La qual ti dà colui che tutto regge, E la mortal ruina, Tu puo’ veder venirti a piggior punto Che Troia Tebe Corinto o Sagunto. Non credevi già mai che tuo terreno Dagli nimici fosse sì percosso, Che l’Arnonico fosso Da tutti ti faceva star sicura: Ma tal fortezza ben si venne meno. Quando vedesti l’esercito mosso Già per correrti a dosso, Quel trapassando, verso le tue mura, Per non voler aver piggior ventura, Tua gente arse fortezze e rifuggiro. Po’ ti seguì maggior doglia e martìro: In su le porte i palii ti fur corsi. Assaggia questi morsi; Spècchiati alquanto verso la Valdera Nell’alte ville ancora attorno attorno; E vattene a rivera, E guarda le galee quel che le fanno, E come le catene al porto stanno. Levar ti dèi dalla mente superba, Imaginando te esser su ’l lito; Et al tempo già ito, Et a quel ch’è, e qual tuo legno vedi. Chi t’ha su ’l mare or dato doglia acerba, Tal che navilio alcun non ha suo sito? Con quale ha’ tu ferito O con qual dimostrato hai tuo’ rimedi? Fama risuona che rifar ti credi Avendo appoggio di signor lombardo. Ma s’è colui che io credo e riguardo, Egli ha più che non vuol can alla coda Che ’l tengon su la proda A far difesa di sua signorìa: E se pur fosse, egli è tal qual bisogna A domar tua follìa. Disfar credendo altrui te disfarai, E te istessa con te punirai. Ma le due chiavi nel campo vermiglio Con l’aquila col carro e con la scala Fan che tua speme cala In quel disïo che più ti nutrica. Stringer ti credi, e non haï artiglio; E volar vuogli sanza nessuna ala. Questo a fine mala Te metterà e qualunque t’amica: Tal fa il laccio che spesso l’intrica. I’ ti dico: Tapina, guarda, guarda! Esce di pietra buona la bombarda, Che t’ha menato e mena a scuro calle. Tu non se’ ancora a valle Là dove deggi andar vie più amara. Non è discordia a struggerti alcuna Nell’alta città cara: Ma tutti in uno animo e talento Vuol ch’ogni nome tuo divenga spento. Canzon, tu puo’ cantar per l’universo Che di Fiorenza valorosa parli, La qual contro al diverso Popol di Pisa nel sessantadue Si mosse per punir l’opere sue.