Versos Italian Gabriele D'Annunzio Ave, Roma

Italian poem

Ave, Roma

by

Listen in the reader

Esule anch’io, pensoso di te, di te sempre pensoso, Roma, non fra gli intonsi barbari Ovidio sono;

ne mi colpì lo sdegno di Cesare, ma la funesta dea che la tua campagna orrida e sacra tiene.

Mi visitò nel sonno la livida Febbre; e il mortale tossico, me misero!, tutto il mio sangue tiene.

Lugubre è il mio perire, se ben non sia questo il feroce Ponto e non la scitica freccia nei cuore io tema.

Sotto sereni cieli più duro è l’esilio a tal cuore cui più nessuna cosa che amò rimane.

Stanca è la carne e spira già l’anima, in questa incompresa pace. Oh lasciate un’Ombra verso la morte andare!

Tutto è sereno. Il flutto è docile. Incurvasi il lido come una lira, dove sorgono emerocàli

simili agli asfodeli che illustrano i clivi de l’Ade, candidi. Ma non questa pace il morente chiede.

Chiede il silenzio immenso, eterno, che sta su l’immoto fascino del deserto onde tu sorgi, o Roma.

Quale alto monte, quale oceano infinito, qual somma tenebra vince tanta solitudine?

Quivi la morte sia. Ti vegga da lungi più grande d’ogni più grande cosa il morituro e — Ave —

dica — o tu, Roma, tu dolce e tremenda! Ave, o Roma unica, o dell’anima nostra unica patria!