Versos Italian Gabriele D'Annunzio Nel primo centenario della nascita di Vincenzo Bellini

Italian poem

Nel primo centenario della nascita di Vincenzo Bellini

by

Listen in the reader

NEL PRIMO CENTENARIO DELLA NASCITA DI VINCENZO BELLINI.

N

nell’orrore notturno la sirena ai fonti ascosi,

il re degli inni Pindaro tebano assiso in ferreo trono, invocando le Grazie dal sen vasto e l’Ardire e la Forza e l’Abondanza sopra l’anima pura, celebrò le vittorie dei mortali. Per gli inni trionfali, con l’olivo selvaggio e il bronzeo vaso, i vincitori furono gli eguali dei belli iddii nel sole senza occaso.

Inni, rapidi figli del furore e della fiamma, qual degli iddii, quale eroe, quale uomo noi celebreremo oggi al conspetto del religioso popolo accolto che offre alla Potenza generata dal suo dolente grembo una preghiera?

Il dio celebreremo noi, pel cuore innumerevole avido di eterna vita, l’eroe celebreremo e l’uomo

in una sola forma di bellezza giovenile, rapita negli alti astri ma sempre ritornante in terra come la primavera.

Simile al mare procelloso incontro alle foci dei fiumi, che sforza verso le sorgenti prime verso le auguste origini montane la gran copia dell’acque (beve intorno la terra e si feconda), simile al mare l’onda del canto volga impetuosamente questa che palpita anima profonda verso l’antichità di nostra gente.

Dove il veglio Stesicoro per Ilio ereditò la cecità di Omero, dove Pindaro assunse ai cieli il carro del re Ierone fondatore d’Etna e Teocrito addusse tra i bifolchi eloquenti le Càriti dal fresco fiato silvano,

quivi improvvisa dopo il lungo esilio

la doriense Musa ricomparve tra l’immemore popolo, improvvisa animò la siringa dell’occulto Pan, cui la cera dato avea l’odore del miele (appreso aveale a lamentarsi il labbro umano);

e il dolore degli uomini e l’amore degli uomini e le cieche speranze e le bellezze della vita e della morte e tutte le virtudi riebbero nel Canto la purità sublime e necessaria. Oh sagliente nell’aria la nutrì, semplice nuda e sola, come nel tempio la colonna paria, la melodìa che vince ogni parola!

Gli Itali palpitaron di novella attesa udendo quella giovenile voce nell’aria limpida salire; e l’olivo che cinge i poggi curvi lungh’essi i patrii mari santo parve alle dischiuse ciglia e ancor più santo parve l’alloro;

però ch’eglino, tristi servi, in quella voce riconoscessero l’antica lor giovinezza e la meravigliosa verginità dell’anima primiera che creò nella luce l’immutato ordine e bianco per gli intercolunnii condusse il coro.

Cantava inconsapevole, su i giorni e su l’opre comuni il figlio degli Ellèni in false vesti, tra vane moltitudini loquaci, lungi ai marmi natali; e in cor gli ardeva una tristezza ignota, mentre nella remota isola i suoi teatri pel notturno silenzio biancheggiavano e la vota scena attendeva l’urto del coturno.

“Egli è morto, l’Orfeo dorico è morto! Sicelie Muse, incominciate il carme fùnebre! O rosignoli, annunziate ad Aretusa ch’egli è morto e il canto morto è con lui, e il latte non fluisce più, né dai favi il miele, ché perito

è nella cera

per lo dolore; e il verde apio nell’orto langue, e l’aneto aulente; e le montagne son tacite, e le fonti nelle selve plorano, e al mare Cèrilo fa lai. Sicelie Muse, incominciate il carme fùnebre! Varca il doriense Orfeo l’atra riviera.„

Non sonò forse questo antico pianto sul trapassato auleta? “Omai chi canterà su le tue canne? Respiran elle come le tue labbra. Pan non si ardisce. E oppresso tu dal silenzio della Terra sei! Ma, se canti a colei che pur pensosa è d’Enna in Acheronte, ella in memoria dei narcissi ennèi ti ridona al tuo mare ed al tuo monte.„

Non piansero così forse i selvaggi flauti contesti con la cera e il lino, al mar siciliano e a piè del cavo rogo vulcanio? E le città illustri

piangevano, come Ascra per Esiodo, per Archiloco Paro, per Alceo Lesbo su l’acque.

Inno di gloria, irràggiati dei raggi più fulgidi recando all’ansiosa moltitudine, accolta nel Teatro riconsacrato dalla reverenza, l’imagine del giovine Cantore. auspice e i testimonii del fatale suolo ove nacque.

Alto pel mar duplice ei vien cantando, il figlio degli Ellèni, il subitaneo fiore della Madre Ellade. Ei vien cantando la bellezza e il dolore dell’Uomo. Il genio della stirpe lui conduce, pervigile. La luce è la sua legge. E l’orizzonte immenso, con tutto che la Terra alma produce volgesi a lui come un divin consenso.

Saluta, mentr’ei viene, Inno, l’ignita vetta e il lido aretùside, sospiro

d’Atene, e le vocali selve, e i fiumi che il chiaro Ionio beve, e Siracusa e Taormina e la natal Catana con l’orme che v’impressero congiunte Ellade e Roma.

La luce regna. Una profonda vita anima le ruine respiranti per mille bocche cerule nel mare e nel cielo. L’alta erba occupa i gradi marmorei, ove i secoli silenti e invisibili ascoltano il tragedo che non si noma.

Tra il cielo e il mare le deserte orchestre come stromenti cavi s’aprono per accogliere la voce misteriosa cui risponde il coro dei Vènti peregrini. E la tempesta che laggiù percote le grandi rupi immote contra i frangenti, e il tremito del lieve stelo tra i rotti fregi, son le note dell’istessa parola eterna e breve.

Italia, Italia, quale messaggero di popoli trarrà da quel silenzio venerando il messaggio che s’attende? Quivi taluno interroga i vestigi? pacato curvasi ad apprender come si tagli il marmo per edificare immortalmente?

O altrove, altrove affòrzasi il pensiero liberatore in qualche eroica fronte su cui ventò lo spirito dell’alba promessa? Dove? Dove Leonardo temprò il sorriso, penetrò le ambagi del corpo umano, dominò la forza della corrente?

Sotto l’ombra dell’Alpi vigilate? Nella ligure piaggia onde salpò la prua ferrea di cuori? Nella candida pace della valle umbra dove Francesco nutrì di sé le dolci creature? Fra l’alte sepolture della città ch’ebbe di Dante l’ossa e al gran nome sfavilla di future sorti qual fredda selce alla percossa?

O nella polve (Inno d’amore, batti l’ale tue forti!) nella sacra polve del Fòro suscitata oggi dai ferri animosi che rompono i suggelli del Tempo e riconducono alla luce dell’Anima e del Sole i testimonii primi dell’Urbe?

Ovunque i bei pensieri e i grandi fatti si preparino, quivi arde un altare alla Dea Roma e il buono Eroe s’attende. Inno, che nell’ardore della mia anima come in fervida fucina foggiarono le mie speranze invitte, saluta l’Urbe!

Saluta, nella gloria del Cantore fiorito a piè dell’Etna, l’Aventino sul Tevere d’Italia, il monte che salivano i Carmenti aedi del Futuro; però che tutto alla Gran Madre torni e d’ogni raggio s’orni il suo capo che sta sopra la Terra. Sveglia i dormenti e annunzia ai desti: “I giorni sono prossimi. Usciamo all’alta guerra!„