Italian poem
Villa Medici
I.
Tu non mi dai la pace, o Sole sereno, e l'oblio se i cari luoghi io cerchi vago de' raggi tuoi!
Troppo soavi, ahi troppo soavi anche giungonmi al core questi che tu diffondi spiriti, o Primavera,
questi onde tutta vive la dura pietra e si scalda umanamente e gode ne le profonde vene,
onde gioiscon gli orti chiomati di verde novello, tremano le raccolte acque ne l'urne loro.
Tremano con sommesse parole, ne l'ombra, e fan cupo specchio a tal ombra l'acque dentro il marmoreo vaso.
Stanvi le querci sopra, che l'aura de' secoli avvolge: odono il suon, guardando placide a' cieli e a Roma.
Chiusa ne' suoi recinti la villa medicea dorme: alzansi lenti i sogni da la sua gran verdura,
come allor che su 'l primo tremar de le vergini stelle per i quieti rami cantano i rosignuoli.
Oh pura in me, su 'l vespro, piovente dolcezza de' sogni! Muta, la lunga scala ella saliva meco.
Tutta nel cor segreto io sentiami languire e tremare l'anima, al premer lieve de la diletta mano.
Ma, come fummo al sommo, la bocca ansante m'offerse ella: feriva il sole quel pallor suo di neve.
Alto d'amor susurro correa lungo i bòssoli foschi; dardi rompean la cava tènebra tutti d'oro,
quasi che d'odorato peplo e di veli ondeggianti bella ivi errasse Cintia dietro vestigia note.
II.
Ben tale dea presente, cui nomano Luna i mortali, empie d'un amoroso spirito i cari luoghi.
Ben questi elesse talami verdi e profondi la dea a gli amor suoi segreti, paga d'angusto impero.
Piacquesi de' lavacri, che artefice umano compose, ella obliando i chiari fonti, gli azzurri fiumi:
l'agile per le selve d'Etolia corrente Acheloo, truce figliuol di Teti, vago di Dejanira;
l'Axïo da la riva lunata per ove muggendo candida l'ecatombe venne con passo grave;
ed il Penèo sonoro che vide di Dafne le membra torcersi verdi e snelle, ripalpitare in rami;
te, bel Cefiso, a cui la diva Afrodite bevente rise da tutto il volto, diede in balía la chioma;
te, puro Eurota, largo d'allori e di freschi roseti e di freschissime acque, d'onde emergeano ignude
vergini protendendo le belle braccia pugnaci verso la madre Sparta, a salutare il Sole.
Erano a Delia cari tai fiumi; al grand'arco divino porsero i lidi immensa copia di cacciagioni;
grati offerian riposi ne gli antri a le ninfe anelanti; murmuri avean di molle sonno persuasori.
Ma ben li oblia la dea. Non ebbero quelli il tuo riso misterioso, o fonte, l'inestinguibil riso,
tenue balen che l'acque tue pallide illumina a fiore (tal ride pur fra' pianti l'anima in occhi umani)
onde in ardore treman a torno gli aperti narcissi, languidi reclinanti, presi di van desìo.
Non ebber quelli, o fonte, non ebber le voci tue vaghe più che mel dolci, lene balsamo a' duoli umani.
Qual su 'l polito ferro de l'aste purpurea s'imperla l'onda del sangue e brilla nitidamente al sole,
tale su l'infiammata anima il confuso susurro frangesi in varianti numeri armoniosi.
Ode la selva intenta, le vergini stelle da' cieli odono: a lor la fonte ride di conscio riso.
III.
Deh nel mattin recante gran fior di rugiade novelle, quando improvvisa apparve l'esule dea tra' rami,
deh come tutte d'intimo ardor palpitarono l'acque poi che sentìan l'antica divinità redire!
Fulsero i tronchi allora con lume di puri diaspri; ebbero allor le foglie de l'adamante i fuochi.
Quivi il pastore biondo bellissimo Endimione Trivïa seco addusse; quivi prigion lui tiene.
Sta l'alta maraviglia. Par sempre rifulgono i tronchi quivi in rigor di pietra simili a gemmei steli.
Piegansi i rami, carchi di verdi cristalli politi; pendon tra ramo e ramo lunghi velari d'oro,
poi che per entro questi misteri invisibile Aracne a le sottili attende opere de' telai.
Tacciono i venti sopra: non fremito corre le cime; non, nel profondo incanto, giungon da l'Urbe voci.
Nascere dal silenzio pajono tutte le cose come le salienti nubi dal mare; e immote
(tali il giacente inconscio nel sogno ingannevoli forme vede, che a lui da l'imo genera il lento cuore)
durano: soli i lauri con lieve tremito incessante dan tra la selva indizio de la nascosta vita.
IV.
Oh lauri, quanto un giorno a l'anima nostra soavi! Alta venia ridendo ella fra gli alti steli.
L'ombra de' bei capegli oscura battea come un'ala su la sua fronte; i lunghi occhi parean più neri.
Freschi salían di sotto il breve suo passo gli effluvi; molli pioveano albori da le vocali cime.
L'Erme da l'ombra mute sorgendo in lor forma divina, vigili meditanti anime ne la pietra,
lei riguardavan, come assorte in pensiero d'amore: sotto il lor piè quadrato, snelli fiorian gli acanti.
Io per sentieri ignoti fra' lauri così la seguii trepidamente, e parve fosse d'in torno l'alba.
Parvemi, lei seguendo fra' lauri, che dietro quell'orme ratto fuggisse il sangue mio dal profondo core
quale un vapor da calice colmo, e di vene novelle tutto l'amato corpo anche cingesse, e mista
l'anima mia per tale prodigio a la bella persona fulgida avesse gioja da la comune vita.
Fulgida gioja, oh grande mia comunione d'amore onde in bei fior di luce vaghi nascean pensieri!
Parvemi, lei seguendo, che simile in vista a la donna cui lungo il rivo scorse Dante tra' freschi maj
(Deh bella Donna — ei fece — ch'a' raggi d'amore ti scaldi! — Volsesi la soletta in su 'l vermiglio a lui)
ella in salir per l'erbe vestigia stellanti lasciasse, gemmee spandesse ai mirti da le sue man rugiade.
— Ecco, la Notte ascende per l'umido cielo: viole trae ne l'aerea vesta, pallide rose trae.
Leva col piè fulgori di stelle per gli archi profondi: treman le stelle, come polvere effusa d'oro.
Vede l'innumerevole riso d'a torno in gran cerchi spandersi: gode al sommo ella seder regina.
Voi salirete, o donna, così l'altura ove al sommo s'apre, fiammando forte, quella mia speme nuova.
S'apre solinga in cima, qual rosa che imperlano dolci lacrime, che il più caldo sangue del petto irrora.
Risplenderanvi sotto il piè nel cammino le stelle; racconteran le stelle la maraviglia ai cieli.
Voi ne la gloria, voi nel riso d'amore salendo, giugnere udrete il canto: «Ella, ella sola è gioja.
Entro le man sue reca più luce che non l'Ora prima; fatta ella tutta quanta è di sovrane cose.»