Italian poem
Villa Chigi
I.
Sempre nelli occhi, sempre, avrò quella vista. Oh silente pallida ignuda selva, non obliata mai!
Noi discendemmo piano, seguendo il famiglio, una scala umida, angusta, dove l'ombra parea di gelo.
Ella era innanzi. A tratti, sostava. Mal certa su i gradi ripidi, contro il muro ella tenea la mano.
Io la guardai. La mano bianchissima parvemi esangue, parvemi cosa morta. Morta la cara mano
che tanti al capo sogni di gloria mi cinse, che tanti sparsemi di dolcezza brividi ne le vene!
Soli restammo. Un fonte gemea roco a piè d’una loggia: alto salìa l’antico feudo chigiano al cielo.
Erano sparsi fumi pe 'l ciel come candidi velli. Entro correavi un riso tenue d’oro; e i nudi
vertici de la selva parean vaporare in quell’oro; eran le felci al sommo èsili fiamme d’oro.
Ella tacea, guardando. Ma, tutta nelli occhi, la grave anima dolorosa queste dicea parole.
— Dunque nell’alta selva, che udisti cantar su ’l mio capo, seppellirai tu, senza pianto, il tuo grande amore?
Intenderò io dunque nel dolce silenzio, che amammo, la verità crudele? Dunque per questo, o amico
unico mio, per questo m'hai tu ricondotta ne' cari luoghi ove un giorno io parvi schiuder la primavera? —
II.
Oh primavera, tutta la selva correano ì tuoi spirti, tutta prendean l’inerte selva da le radici,
occultamente: rari aneliti uscieno; talvolta era come un ansare languido, oh primavera!
Ella tacea, guardando. Udiva io l’interna sua voce; ma non risposi. Io tacqui. Io non risposi mai.
Vano ogni sforzo. Un freddo suggel mi chiudeva la bocca; torbido, invincibile, contro di lei, da l’ime
viscere mi sorgeva non so quale odio; moriva ogni pietà di lei nel saziato cuore.
Muti, così, vagammo: così, l’uno a fianco dell’altra, simili ad ombre erranti sotto un fatal castigo.
Era la carne stanca; le pàlpebre erano gravi; era nelli occhi quasi una caligine.
Tutta la notte, ahi, lunga! (parea che non fosse mai l’alba ), io con ardor, con ira folle cercato avea
di ravvivar la fiamma ne’ corpi commisti, ne’ baci. Ella non più beveva l’anima mia ne’ baci.
Ella bevea soltanto le lacrime sue ne’ miei baci. Lacrime di quelli occhi, pur vi sentii su ’l cuore
ardermi fra’l disgusto che a flutti salìa dal profondo, lacrime di que’ dolci occhi ove il cielo io vidi!
III.
Or non vedeva il cielo nelli occhi di lei; ma dolore. Ella tacea pur sempre, pallida più del cielo.
Tutte le forme alli occhi miei lassi apparian dubitose. inesistenti, come forme di sogni, strane.
Alberi strani, in torno, balzavan da terra a ghermire con mostruose braccia la delicata nube.
Snella fuggla la nube l’abbraccio terribile, dando al ghermitor selvaggio labili veli d’oro.
Folti per ogni parte i muschi crescean nella grave umidità. Le querci erano di velluto.
Tutti copriva i tronchi quel fresco velluto opulento; tutte le pietre in torno erano di velluto.
Oh meraviglia! Un tempo mi parve il mirabile ammanto opra di carmi, ed ella spargere tal mistero.
Dubio, da un ciel di perla, guardava il sole tra i rami; ella ridea con occhi limpidi all’Adorato.
Mi vacillava il cuore: — La luce che illumina il bosco, misteriosa, piove dalli occhi suoi? dal sole? —
Come nell’alba prima la luna d’agosto mancando, pallida, effonde un riso che non fu mai più lene:
tremano in ciel due vaghi miracoli; un sogno la terra ultimo esala, incerta nello spirtale albore:
ella così mi parve. Contorte al suo piè le radici eran di serpi un gregge obediente a lei.
IV.
Or chi guidava il nostro cammino? Forse un ricordo? E perchè mai varcammo la sconsolata altura?
Era per quell’altura (udiva io salendo alenare la taciturna) un bosco ceduo. Tutti, ignudi,
grigi, sottili, i fusti sorgevano in una eguaglianza, come di lance schiera ordinata in campo;
o non più tosto, anima mia, come un lungo solenne ordine di cèrei spenti ne l’aer muto?
Parvero a lei, per certo, così mentre ella passava. Ella pensò la morte. Lessi nel suo pallore,
— Tu mi vedrai morire. Vuoi tu, vuoi tu dunque ch’io muoia? — lessi nelli occhi. — Pure, io non ti feci male.
Pure, io non altro feci che amarti, che amarti; non altro feci che amarti sempre! Io non ti feci male. —
Vano ogni sforzo. Un freddo suggel mi chiudeva la bocca. Un maleficio occulto dentro m’avea gelato.
Ma trasalimmo entrambi, sostando: un tronco abbattuto attraversava il passo. Muti, sedemmo quivi.
V.
Sempre nelli occhi, sempre, avrò quella vista. Oh silente pallida ignuda selva non obliata mai!
Erasi chiuso il cielo. Qualche alito, raro, destava per le caduche cime quasi un brivido.
Cumuli di carbone qua e là nelli spiazzi, come alti roghi ove già fossero cenere i cadaveri,
lenti fumigavano. Salivan nell’aria le spire lente ondeggiando; lente dileguavano;
e su ’l composto suolo di foglie morte, su quella tomba d’autunni, l’ombre camminavano.
Cenere, fumo ed ombra parean quivi segnar la gran legge. — Devono, come i corpi, come le foglie, come
tutto, le pure cose dell’anima sfarsi, marcire; devono i sogni sciogliersi in putredine.
Devi tu, uomo, sempre, di ciò che ti diede l’ebrezza assaporare torpido la nausea.
Nulla dal fato è immune. Nel corpo e nell’anima, tutto tutto, morendo, devesi corrompere. —
Or chi di noi soffriva più forte? Ella, ella mi amava; vivere al men sentiva, d’una tremenda vita,
entro il cuor suo la fiamma: la fiamma anche pura e raggiante! Io non l’amava. Il cuore gonfio parea d’un tetro
lezzo; non altro senso avea che d’un tedio infinito l’anima ottusa. Oh come, donna, t’invidiai!
VI.
Ma trasalimmo entrambi, udendo sonare una scure. Colpi iterati, sùbito, echeggiarono.
Aspra nel gran silenzio ferìa l’invisibile scure: non il ferito tronco udíasi gemere.
Ella, ella, a un tratto, come ferita, ruppe in singhiozzi; ruppe ella in disperate lacrime; ed io la vidi
nel mio pensiero, quasi nel guizzo d’un lampo, io la vidi ùmile sanguinare, ùmile boccheggiare,
stesa tra ’l sangue, e alzare le supplici mani dal rosso lago; e dicea con gli occhi: — Io non ti feci male. —
Oh moribonda anima! Le stetti da presso impietrito. Anche una volta bere le sue lacrime
io non poteva? Al meno sfiorarle i capelli una volta io non poteva? Al meno, prenderle i polsi; il viso
bianco scoprirle, il giglio divino imperlato di pianto: chiederle almen con voce dolce: — Perchè piangete? —
Ella piangea. Di lunge, i colpi echeggiavano; gli alti roghi, d’in torno, lenti fumigavano.