Italian poem
VI
Die Sterne, die begehrt man nicht, Man freut sich ihrer Pracht.
“Vuoi tu pugnare? Uccidere? Veder fiumi di sangue? gran mucchi d’oro? greggi di captive femmine? schiavi? altre, altre prede? Vuoi tu far vivere un marmo? Ergere un tempio? Comporre un immortale inno? Vuoi (m’odi, giovine, m’odi) vuoi divinamente amare?„
“M’odi, giovine, m’odi: vuoi divinamente amare?„
Sarò come colui che si distende sotto l’ombra d’un grande albero carco, ormai sazio di trar balestra od arco; e in su ’l capo il maturo frutto pende.
Non ei scuote quel ramo, nè protende la man, nè veglia in su le prede a ’l varco. Giace; e raccoglie con un gesto parco i frutti che quel ramo a ’l suol rende.
Di tal soave polpa ei ne ’l profondo non morde, a ricercar l’intima essenza, perchè teme l’amaro; anzi la fiuta,
poi sugge, con piacer limpido, senza avidità, nè triste nè giocondo. La sua favola breve è già compiuta.
“Nobili acanti, o voi ne le terrestri selve indizi di pace, alte corone, di pura forma; o voi, snelli canestri che il Silenzio con lieve man compone a raccogliere il fiore de’ silvestri Sogni, qual mai virtù su 'l bel garzone versaste da le foglie oscura e dolce? Ei dorme, nudo; e il braccio il capo folce.„
Parton leggieri e pronti dal petto i miei pensieri...
Erma quadrata, le tue quattro fronti sanno mie novità meravigliose? Spirti, cantando, da le sedi ascose partono del mio cor leggieri e pronti
Il cor mio prode tutte impure fonti serrò, cacciò da se tutt’altre cose impure, tutte fiamme obbrobriose domò, ruppe all’assedio tutti i ponti.
Spirti, cantando, salgono. Ben odo io l’inno; e inestinguibile, possente, del periglio di me mi prende un riso.
Pallido sì ma come un re, io godo sentir nel core l’anima ridente, mentre il già vinto Mal rimiro fiso.
L’anima ride li amor suoi lontani mentre fiso rimiro il Mal già vinto che in quei di foco intrichi aveami spinto come in boschi nudriti da vulcani.
Or ne ’l gran cerchio de’ dolori umani entra, novizia in veste di jacinto, dietro lasciando il falso laberinto ove i belli ruggían mostri pagani.
Non più sfinge con unghie auree l’abbranca, non górgone la fa pietra restare, non sirena per lunga ode l’incanta.
Alta, in sommo del cerchio, un’assai bianca donna, con atto di comunicare, tien fra le pure dita l’Ostia santa.
Ella fuor de l’insidie e fuor de l’ire e fuor de’ danni, sta pacata e forte come colei che può fino a la morte sapere il Male, senza quel soffrire.
― O voi che fate tutti i venti aulire, che d’avete in signoría tutte le porte, io metto a’ vostri piedi la mia sorte: Madonna, me ’l vogliate consentire!
Folgora ne la pura mano vostra quell’Ostia desiata, come un sole. Non vedrò dunque il gesto che consente? ―
Ed ella, ch’è benigna a chi si prostra, comunicando dice le parole: ― Offerto t’è il tuo Ben, anzi è presente.
Io ― dice ― son l’innaturale Rosa generata dal sen de la Bellezza. Io son che infondo la suprema ebrezza. Io son colei che esalta e che riposa.
Ara con pianti, Anima dolorosa, per mietere con canti d’allegrezza. Dopo un lungo dolor, la mia dolcezza passerà di dolcezza ogni altra cosa.
― Tal sia, Madonna; e dal mio cor disgorghi gran sangue, e i fiumi scorrano su ’l mondo, e il dolore immortal pur gli rinnovi,
e me stesso travolgano que’ gorghi, me coprano; ma veda io dal profondo la luce che a la invitta anima piovi.