Italian poem
Versilia
VERSILIA.
N
e dell’ombre cui fànnoti gli aghi del pino, seguendo il piacere de’ venti, su gli occhi leggiere come ombre di voli su laghi.
Io ti spiava dal mio fusto scaglioso; ma tu non sentivi, o uomo, battere i miei vivi cigli presso il tuo collo adusto.
Talora la scaglia del pino è come una palpebra rude che subitamente si schiude, nell’ombra, a uno sguardo divino.
Io sono divina; e tu forse mi piaci. Non piacquemi l’irto Satiro su'l letto di mirto, e il panisco in van mi rincorse.
Ma tu forse mi piaci. Aulisce d’acqua marina la tua pelle che il Sol feceti fosca. Snelle hai gambe come bronzo lisce.
Offrimi il canestro di giunco ricolmo di persiche bionde! Poiché non mi giovano monde, riponi il tuo coltello adunco.
Io so come si morda il pomo senza perdere stilla di suco. Poi co’ miei labbri umidi induco il miele nel cuore dell’uomo.
Riponi il ferro acre che attosca ogni sapore. Tu non pregi i tuoi frutti. I peschi, i ciriegi, i peri, i fichi in terra tosca
son di dolcezza carchi, e i meli, gli albricocchi, i nespoli ancora! E tu li spogli in su l’aurora velati dei notturni geli.
Da tempo in cuor mio non è gaudio di tal copia. Ahimè, sono scarsi i doni. E tu vedi curvarsi i rami del susino claudio!
Ma io non ho se non la tetra pigna dal suggellato seme. E a romper la scaglia che il preme non giovami pur una pietra.
O uomo occhicèrulo, m’odi! Lascia che alfine io mi satolli di queste tue persiche molli che hai nel cesto intesto di biodi.
Ti priego! La pigna malvagia mi vale sol per iscagliarla contro la ghiandaia che ciarla rauca. Non s’inghiotte la ragia.
Ma se la mastichi negli ozii, quantunque ha sapore amarogno, allor che il tuo cuore nel sogno si bea lungi ai vili negozii,
certo ti piace, o uomo; ed io te ne darò della più ricca. Tu la persica che si spicca, e ne cola il succo giulìo,
dammi, ch’io mi muoio di voglia e da tempo non ebbi a provarne. Non temere! Io sono di carne, se ben fresca come una foglia.
Toccami. Non vello, non ugne ricurve han le tue mani come quelle ch’io so. Guarda: ho le chiome violette come le prugne.
Guarda: ho i denti eguali, più bianchi che appena sbucciati pinocchi. Non temere, o uomo dagli occhi glauchi! Rido, se tu m’abbranchi.
Abbracciami come il bicorne villoso. La frasca ci copra, i mirti sien letto, di sopra ci pendano l’albe viorne.
Ma come, Occhiazzurro, sei cauto! Forse amico sei di Diana? Ora scende da Pietrapana il lesto Settembre co'l flauto,
se cruenta nel corniolo rosseggi la cornia afra e lazza. Odo tra il gridìo della gazza il richiamo del cavriuolo.
Sei tu cacciatore? Sei destro ad arco, esperto a cerbottana? Ora scende da Pietrapana Settembre. Tu dammi il canestro.
Eh, veduto n’ho del pel baio verso il Serchio correre il bosco! Tu dammi il canestro. Conosco la pesta se ben non abbaio.
Accomanda il nervo alla cocca. Ne avrai della preda, s’io t’amo! Imito qualunque richiamo con un filo d’erba alla bocca.