Italian poem
Venere d'acqua dolce
Ancora io t'odo su la riva, o Nara, tra le selve de' giunchi e de' canneti chiamar con le canzoni agile a gara le cicale de' pioppi, ne' quieti mezzogiorni di giugno! La Pescara gorgogliava freschissima pe' i greti: cantando, il piede breve e la rotonda gamba tenevi tu, Nara, ne l'onda.
O selvatico bosco di Fusilli pieno d'erbe aromatiche e di more, ove di quella voce alta a li squilli si destavan le capre da 'l sopore e guatavan co' lunghi occhi tranquilli in atto di pigrizia e di stupore, o bosco, ed or tu dammi ne le ottave l'aura de la tua verde ombra soave!
In questa siccità di mezzogiorno un disìo de la dolce acqua nativa mi prende. Ora verdeggia ampia d'in torno Villa Borghese; ed io su l'erba estiva mi distendo supino, ed un ritorno naturale di versi mi ravviva le memorie; e non mai così da prima larga, sonante mi fluì la rima.
Tu, Nara, dove sei, florida bionda da la pelle bronzina di mulatta, che avevi grigia l'iride profonda e una stupenda agilità di gatta? Tu non più ritta in piedi su la sponda vedi a l'alba passar me su la chiatta in mezzo a 'l fiume, tra 'l rabbrividire de le canne tendenti a rifiorire!
Te non più camminante, tra un fogliame di cocomeri e zucche aspro ed enorme, io vedo, con un'anfora di rame su 'l capo, ne 'l terreno imprimer l'orme de 'l nudo piè! Tra i fumi de 'l letame più non vedo vanire le tue forme, o te diritta emerger fra le piante de i girasoli, come un fior gigante!
Tale prima io la scorsi. Era un'oscura conca d'acque in un braccio solitario de 'l fiume, ove traverso la frescura filtrava il sole a tratti agile e vario; di sotto a una spalliera di verdura tenera qualche tronco centenario di salcio da le radiche scontorte pareva un gruppo di vipere morte.
Io disteso ne 'l fieno, poi che a l'esca non un sol pesce accorse, udivo il lento mareggiare de 'l fieno a l'aria fresca e de li alberi il gran frascheggiamento. Trasalii; ché tra l'erba gigantesca parve d'un tratto mi recasse il vento un sentore di carne: il corpo eretto di Nara, seminudo, a mezzo il petto,
sorgea fuori de l'erba. Ella con mite fruscìo tendea, strisciando, a la riviera: le mazze sorde intorno le fiorite spighe ergevano a lei. Come levriera ella fiutava il vento, alta: ferite da la provocatrice primavera le sue nari vibravano; su 'l dorso i suoi capelli ribellati a 'l morso
de 'l pettine cadevano. Un antico di menade frammento era il suo busto eretto, in quell'inconscio atto impudico. Giunse a 'l limite: l'acqua ne l'angusto cerchio stagnava, e fino a l'ombelico la bagnò frescamente. A l'acre gusto di quel fresco increspavasi la pelle e dure si drizzavan le mammelle.
Io spiava tra l'erba. Ella, le braccia protesa a un ramo, tutta sopra il saldo fianco ondeggiò, levando alto la faccia e la gola carnosa ove oro caldo le si accendea. Poi, come serpe in caccia, da 'l ramo si lanciò ne lo smeraldo de l'acqua che in tempesta ampia si mosse rifiorendo di schiume a le percosse.
Le nudità pieghevoli guizzanti, ne 'l mister de la conca fluviale tra una greggia di foglie galleggianti metteano un solco; e dietro il solco l'ale il desiderio mio tratto a li incanti de la carne battea rapido, quale a 'l bosco richiamato da l'odore de la preda selvaggia un avoltore.
Ma quando il corpo ella adagiò deterso a fior de l'acqua e simili a scarlatte bacche le cime de 'l suo sen riverso galleggiarono, e il ventre suo di latte palpitò di stanchezza, e de l'emerso monte tra le pelurie fine attratte scintillaron le gocce, e ne la grigia iride scintillò la cupidigia
e 'l piacere, io che in quel riarso letto d'erbe in silenzio mi torcea, ferito da un intenso desìo, tale da 'l petto per non più soffocar misi un bramito, ché con rapido moto ella in sospetto si volse. Poi, qual cerva che a l'invito de l'amore fiutando erge la testa se oda il maschio passar ne la foresta,
la giovine guatò, senza paura, in attesa di pugna... Oh come, oh come a l'agguato de 'l sol la sua figura tutta ne la ricchezza de le chiome si porse e in van pugnante a la congiura dei virgulti e di me rese le dome braccia!... - Cantavan alto biancheggiando consapevoli i pioppi in linea, quando
a 'l ritorno vogai. Su la Pescara lontanava de' pioppi il colonnato, e fra li intercolunnii, ne la chiara serenità, moriva il sol tuffato in caldi fumi. Una fragranza amara di succhi co 'l sentor de 'l fien falciato da quell'ammasso vegetale, a 'l lento naufragare de 'l sole, urgea ne 'l vento.
E così tante volte io sovra il letto de l'erbe amai quella superba e rude Venere fluvïale, ne 'l conspetto de' pioppi. Ed entro il cerchio de le ignude braccia, a 'l profumo de l'ignudo petto il mio vigore lentamente in crude lascivie illanguidiva. Era una morte oblïosa, un incanto ove la forte
adolescenza si perdeva; in quella primavera de 'l fiume, in quel felice risveglio de la patria. Una novella onda di umore su la radice prendea le cime, qual da una mammella di femmina gigante, irrigatrice di vite, il latte; ed una sonnolenza quasi di parto ad ora ad or l'ardenza
addolciva de l'aria; e da 'l lavoro augusto de le vite rinnovate, ne 'l silenzio de l'aria, come un coro naturale saliva; e de l'estate l'alito già saliva; e a messidoro i canti, ne le vigne soleggiate, tra i solchi de 'l frumento, pe' i lontani culmini già salìano, i canti umani!
Noi portammo una viva ecloga in fiore a traverso i tumulti. In ogni nervo io sentiva fuggirsene il vigore; ma tenuto a quel corpo io, come un servo a 'l suo ferro, non grido altro d'amore avea per Nara che il bramir de 'l cervo in disìo. Quando muta ella tra i fusti appariva de' pioppi, su i robusti
fianchi ondeggiante, ne 'l novilunare auspicio, e le sue chiome ardue di rame si tingeano e la voglia entro le chiare iridi ardeva in folgori di lame, io mi sentiva i muscoli tremare di febbre. Ella venìa, bella ed infame, a sazïarsi. Ed io non la tenea per conquista: ella a me, come una dea
a la gente mortale, il godimento de le membra concesse. Alta, su 'l fieno, senza pietà, me ne l'abbattimento lasciava; con quel grande occhio sereno riguardandomi, lungi a passo lento perdevasi ne l'ombre. Ma il veleno de le lussurie sue ne le mie carni s'insinuava a rodermi li scarni
fianchi; ma de la sua pelle i tenaci effluvi una prurigine lasciva dàvanmi a 'l sangue; ma de' lunghi baci mi restava il sapor ne la saliva, quando a provar carezze meglio audaci con la sua lingua su la mia gengiva ella scorreva e tra la molle bava le labbra con i denti mi segnava.
Era Venere nova, dea presente: ne 'l suo nudo di marmo il sol di maggio avea diffuso un alito di ardente oro. Parea che tutta a 'l suo passaggio la gran riva sentisse inconscïente la presenza di un nume, in un selvaggio anelito, e da l'erbe alte i cachinni de' fauni uscissero e di Pane gli'inni.
Poi disparve; qual dea. Sotto i discreti pioppi io l'attesi, vigilando in vano se tra i fochi de 'l vespro pe' i canneti come un giorno, scendesse di lontano. Ebbero altri amatori, altri poeti il profumo d'amor di quell'umano fiore? O il fior de le membra ne le spume misteriose de 'l nativo fiume
si disciolse? - io non so. Ma la verdura dove io primo l'amai, dove sommessa ella si diede a me tutta, la pura forma de i lombi e de le reni impressa ritenne, come se per avventura una statua di bronzo tra la spessa erba abbattuta già da tempo antico fosse rimasta. Ed in quell'impudico
segno d'amore e di piacere io steso, quale un corpo di morto in una bara, sentii crescere ancor sotto il mio peso i fili d'erba, udii ne la Pescara correre l'acqua; e da 'l mio sangue acceso rifiorivano i baci acri di Nara, come oggi, in molli versi che per l'aria si perdevan ne l'ora solitaria.