Versos Italian Gabriele D'Annunzio Undulna

Italian poem

Undulna

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A

Pellùcide son le mie gambe come la medusa errabonda, che il puro pancrazio e la crambe difforme sorvolano e l’onda.

Io l’onda in misura conduco perché su la riva si spanda con l’alga con l’ulva e col fuco che fànnole amara ghirlanda.

Io règolo il segno lucente che lascian le spume degli orli: l’antico il men novo e il recente io so con bell’arte comporli.

I musici umani hanno modi lor varii, dal dorico al frigio: divine infinite melodi io creo nell’esiguo vestigio.

Le tempre dell’onda trascrivo su l’umida sabbia correndo; nel tràmite mio fuggitivo gli accordi e le pause avvicendo.

O sabbia mia melodiosa, non un tuo granello di sìlice darei per la pómice ascosa della fonte all’ombra dell’ìlice.

Brilli innumerevole e immensa alla mia lunata scrittura; e l’acqua che bevi t’addensa, lo sterile sale t’indura.

Il rilievo t’è tanto sottile, dedotto con arte sì parca, che men gracile in puerile fronte sopracciglio s’inarca.

A quando a quando orma trisulca il lineamento intercide; pesta umana, se ti conculca, s’impregna di luce e sorride.

Figure di nèumi elle sono in questa concordia discorde. O cètera curva ch’io suono, né dito né plettro ti morde.

Io trascorro; e il grande concento in me taciturna s’adempie, dall’unghie de' miei piè d’argento alle vene delle mie tempie.

Scerno con orecchia tranquilla i toni dell’onda che viene, indago con chiara pupilla più oltre ogni segno più lene;

così che la musica traccia m’è suono, e ne’ righi leggeri, mentre oggi odo ansar la bonaccia, leggo la tempesta di ieri.

Che è questo insolito albore che per le piagge si spande? Teti offre alla madre di Core dogliosa le salse ghirlande?

L’albàsia de' giorni alcionii anzi il verno giunge precoce e dagli arcipelaghi ionii attinge del Serchio la foce?

Il molle Settembre, il Tibìcine dei pomarii, che ha violetti gli occhi come il fiore del glìcine tra i riccioli suoi giovinetti,

fa tanta chiarìa con due ossi di gru modulando un partènio mentre sotto l’ombra dei rossi corbézzoli indulge al suo genio.

Respira securo il mar dolce qual pargolo in grembo materno. La pace alcionia lo molce quasi aureo latte, anzi il verno.

Onda non si leva; non s’ode risucchio, non s’ode sciacquìo. Di luce beata si gode la riva su mare d’oblìo.

La sabbia scintilla infinita, quasi in ogni granello gioisca. Lùccica la valva polita, la morta medusa, la lisca.

In ogni sostanza si tace la luce e il silenzio risplende. La Pania di marmi ferace alza in gloria le arci stupende.

Tra il Serchio e la Magra, su l’ozio del mare deserto di vele, sospeso è l’incanto. Equinozio d’autunno, già sento il tuo miele.

Già sento l’odore del mosto fumar dalla vigna arenosa. All’alba la luna d’agosto era come una falce corrosa.

Di Vergine valica in Libra l’amico dell’opere, il Sole; e già le quadrella ch’ei vibra han meno pennute asticciuole.

Silenzio di morte divina per le chiarità solitarie! Trapassa l’Estate, supina nel grande oro della cesarie.

Mi soffermo, intenta al trapasso. Onda non si leva. L’albèdine è immota. Odo fremere in basso, a’ miei piedi, l’ali d’alcèdine.

Bianche si dilungan le rive, tra l’acque e le sabbie dilegua la zona che l’arte mia scrive fugace. Sorrido alla tregua.

A’ miei piedi il segno d’un’onda gravato di nero tritume s’incurva, una màcera fronda di rovere sta tra due piume,

un’arida pigna dischiusa che pesò nel pino sonoro sta tra l’orbe d’una medusa dispersa e una bacca d’alloro.

Vengono farfalle di neve tremolando a coppie ed a sciami: nella luce assemprano lieve spuma fatta alata che ami.

Azzurre son l’ombre sul mare come sparti fiori d’acònito. Il lor tremolìo fa tremare l’Infinito al mio sguardo attonito.