Italian poem
Terza offerta
Essere un bel pino italico sopra un colle romano, quando la luna è colma; e sentire il vento della notte muovere le tenere cime che rinascono in mezzo ai vecchi aghi in sommo dei vecchi rami rosee come dita di pargoli.
Essere il più alto e il più fosco cipresso della villa d’Este, dopo il crepuscolo, quando la fontana rimuove il velo del capelvenere dalla sua orecchia stillante per ispiare il romore remoto della cascata tiburtina; e palpare la grazia della sera con il chiaro verde sensibile che orla il fogliame funerario.
Essere nel Fòro lo spirito di una cieca erba e penare paziente per iscoprire la fenditura della pietra veneranda su cui scalpitarono i Trionfi; e alfine trovarla, e far forza con l’esile capo, e spuntare, e inverdire, e gioire del sole che mai vide alcuna cosa più grande di Roma.
O malinconia malinconia, di tanto lontano mi riporti quel che già tanto ti pesò?
O malinconia, malinconia, di tanto lontano mi riporti quel che già tanto ti pesò?
O malinconia, malinconia, di tanto lontano mi riporti quel che già tanto ti pesò?
O liberazione, liberazione, t’invoco nella mia sera senza Espero, t’invoco nella mia notte senza Orsa, t’invoco nel mio mattino senza Diana; e tu non mi sciogli ancóra!
O liberazione, liberazione, a te consacro queste mie bende intrise di sangue impoverito e di lacrime fredde, a te consacro questa mia pupilla che più non vede né veder vuole se non la cupa che in me suscito aurora.
O liberazione, liberazione, allontana da me la pietà di chi mi ama e l’amore di chi mi compiange, e questa musica, e questo vaneggiamento, e tutta questa mollezza che non vale il mio letto di paglia.
O liberazione, liberazione, vieni e scioglimi; vieni e rinsaldami
le rotelle dei ginocchi e i ’gomiti e i polsi; vieni e rinfondimi sale e ferro nel sangue; vieni e rifammi solo col mio fegato arido; e riscagliami nella battaglia.