Italian poem
La Costituzione di Napoli
by Gabriele Rossetti (1783–1854)
SEI pur bella cogli astri sul crine Che scintillan quai vivi zaffiri, È pur dolce quel fiato che spiri, Porporina foriera del dì. Col sorriso del pago desio Tu ci annunzi dal balzo vicino Che d’Italia nell’almo giardino Il servaggio per sempre finì. Il rampollo d’Enrico e di Carlo, Ei ch’ad ambo cotanto somiglia, Oggi estese la propria famiglia, E non servi ma figli bramò. Volontario distese la mano Sul volume de’ patti segnati; Ed il volume de’ patti giurati Della patria sull’ara posò. Una selva di lance si scosse All’invito del bellico squillo; Ed all’ombra del sacro vessillo Un sol voto discorde non fu: E fratelli si strinser le mani Dauno, Irpino, Lucano, Sannita; Non estinta ma solo sopita Era in essi l’antica virtù. Ma qual suono di trombe festive? Chi s’avanza fra cento coorti? Ecco il forte che riede tra i forti, Che la patria congiunse col re! Oh qual pompa! Le armate falangi Sembran fiumi che inondin le strade; Ma su tante migliaia di spade Una macchia di sangue non v’è. Lieta scena! Chi plaude, chi piange, Chi diffonde vïole e giacinti; Vincitori confusi coi vinti Avvicendano il bacio d’amor. Dalla reggia passando al tugurio Non più finta la gioia festeggia; Dal tugurio tornando alla reggia Quella gioia si rende maggior. Genitrici de’ forti campioni Convocati dal sacro stendardo, Che cercate col pavido sguardo? Non temete; chè tutti son qui. Non ritornan da terra nemica, Istrumenti di regio misfatto; Ma dal campo del vostro riscatto, Dove il ramo di pace fiorì. O beata fra tante donzelle, O beata la ninfa che vede Fra que’ prodi l’amante, che riede Tutto sparso di nobil sudor! Il segreto dell’alma pudica Le si affaccia sul volto rosato, Ed il premio finora negato La bellezza prepara al valor. Cittadini, passiamo sicuri Sotto l’ombra de’ lauri mietuti: Ma coi pugni sui brandi temuti Stiamo in guardia del patrio terren. Nella pace prepara la guerra Chi da saggio previene lo stolto: Ci sorrida la pace sul volto, Ma ci frema la guerra nel sen. Che guardate, gelosi stranieri? Non uscite dai vostri burroni, Chè la stirpe dei prischi leoni Più nel sonno languente non è! Adorate le vostre catene (Chi v’invidia cotanto tesoro?), Ma lasciate tranquilli coloro Che disdegnan sentirsele al piè. Se verrete, le vostre consorti, Imprecando ai vessilli funesti, Si preparin le funebri vesti; Che speranza per esse non v’ha. Sazierete la fame de’ corvi, Mercenarie falangi di schiavi: In chi pugna pe’ dritti degli avi Divien cruda la stessa pietà. Una spada di libera mano È saetta di Giove tonante, Ma nel pugno di servo tremante Come canna vacilla l’acciar. Fia trïonfo la morte per noi, Fia ruggito l’estremo sospiro: Le migliaia di Persia fuggiro, I trecento di Sparta restâr! E restaron co’ brandi ne’ pugni Sopra mucchi di corpi svenati, E que’ pugni, quantunque gelati, Rassembravan disposti a ferir. Quello sdegno passava nel figlio Cui fu culla lo scudo del padre, Ed al figlio diceva la madre: ‘ Quest’esempio tu devi seguir. ’ O tutrice dei dritti dell’uomo Che sorridi sul giogo spezzato, È pur giunto quel giorno beato Che un monarca t’innalza l’altar! Tu sul Tebro fumante di sangue Passeggiavi qual nembo fremente, Ma serena qual alba ridente Sul Sebeto t’assidi a regnar. Una larva col santo tuo nome Qui sen venne con alta promessa: Noi, credendo che fossi tu stessa, Adorammo la larva di te: Ma, nel mentre fra gl’inni usurpati Sfavillava di luce fallace, Ella sparve qual sogno fugace, Le catene lasciandoci al piè. Alla fine tu stessa venisti Non ombrata da minimo velo, Ed un raggio disceso dal cielo Sulla fronte ti veggio brillar. Coronata di gigli perenni, Alla terra servendo d’esempio, Tu scegliesti la reggia per tempio, Ove il trono ti serve d’altar.