Italian poem
L'arco, che io soglio armar, non è sì frale
L’arco, che io soglio armar, non è sì frale, Che per un dardo saettato allenti; Anzi i secondi accenti, Che fuor del petto mio spiegano l’ale; Più forti andranno, che il cantar primiero Verso le glorie dell’Orsin guerriero. A cui fortuna di gran gemme ed oro Riverite corone ornan la chioma; Ma per la Fè di Roma Suo sangue sparso è sì gentil tesoro, Che rapina di tempo omai non teme, E sento invidia, che s’inaspra e freme. Febo, da’ lampi ardenti, onde sì chiaro Il carro appar, che per lo ciel governi, Degli almi strali eterni, Contra il mostro crudel vibra l’acciaro; Guardane il Duce, il cui supremo ardire Gli sdegni oscuri del Pelide e l’ire. Che dove per gli Archivi argini immensi L’Ettorea destra più cosparse il foco, Via più si prese in gioco Il diffuso fumar de’ legni accensi, E lieto Achille raccogliea le strida, Onde sonava Simoenta, ed Ida. Non tal sull’Istro il Cavalier sublime Dinanzi apparì, che i sette colli onora, Di cui la fresca Aurora Fia quasi un aureo Sol fra le mie rime; Poichè d’acerbe morti al risco espresso, Per farsi esempio altrui spronò sè stesso. Invan dell’arte impiagatrici, invano De’ metalli infocati uscì l’offesa; Che l’alta anima accesa Non s’arrestò: ben l’onorata mano Ora è costretta a riposar sul petto; Ma la bella cagion gli fia diletto. Nocchier, che vele per lo mare ha sparte, Vento desira a ben fornir sua strada; Che nasce a cinger spada Di gloria ha sete negli orror di Marte, Alma virtude al sommo Ciel ne mena: Tesor quaggiuso n’accompagna appena.