Italian poem
Carnevale
E tu, se d’echeggianti Valli, o borea, dal grembo, o errando in selva Di pin canora, o stretto in chiostri orrendi, Voce d’umani pianti E sibilo di tibie e de la belva Ferita il rugghio in mille suoni rendi, Borea, mi piaci. E te, solingo verno, Là su quell’alpe volentieri io scerno.
Una caligin bianca Empie l’aër dormente, e si confonde Co ’l pian nevato a l’orizzonte estremo. Tenue rosseggia e stanca Del sol la ruota, e tra i vapor s’asconde, Com’occhio uman di sue palpèbre scemo. E non augel, non aura in tra le piante, Non canto di fanciulla o vïandante;
Ma il cigolar de’ rami Sotto il peso ineguale affaticati E del gel che si fende il suono arguto. Canti Arcadia e richiami Zefiro e sua dolce famiglia a i prati: Me questo di natura altiero e muto Orror piú giova. Deh risveglia, Eurilla, Nel sopito carbon lieta favilla;
Ed in me la serena Faccia converti e ’l lampeggiar del riso Che primavera ove si volga adduce. A la sonante scena Poi ne attendono i palchi, ove dal viso De le accolte bellezze ardore e luce E da le chiome e da gl’inserti fiori Spira l’april che rinnovella odori.
voce dai tuguri.
Non de la madre al seno Il tuo fratel posò: lenta, su ’l varco Presse gli estremi aliti suoi la neve. Da l’opra dura, pieno Il dí, seguiva sotto iniquo carco I crudeli signor co ’l passo breve; E coll’uom congiurava a fargli guerra L’aere implacato e la difficil terra.
Il nevischio battea Per i laceri panni il faticoso; E cadde, e sanguinando in van risorse. La fame ahi gli emungea L’ultime forze, e al fin su ’l doloroso Passo lo vinse; e pia la morte accorse Poi cadavero informe e dissepolto Lo ritornâr sotto il materno volto.
Ahimè, con miglior legge Ripara a schermo da la gelid’aura Aquila in rupe e belva antica in lustre Ed un covil protegge Tepido i sonni ed il vigor restaura A i can satolli entro il palagio illustre Qui presso, dove de l’amor piú forte, Figlio de l’uom, te mena il gelo a morte.
voce dalle sale.
Che se di nostre feste Scorra su l’util plebe il beneficio E civil carità prenda augumento; Mercé nostra, il celeste, Che bene e mal partí, saldo giudicio Ha di bella pietade alleggiamento. Noi, del nostro gioir, beata prole, Rallegriam l’universo a par del sole.
voce dalle soffitte.
Immane. Ahi, ma piú immane Me, o superbi, premea la lunga fame E il guardo e il viso de la madre antica. Tornai: recai del pane: Ma tacean del digiuno in me le brame, Ma sollevare i gravi occhi a fatica Sostenni; o madre, e nel tuo sen la fronte Ascosi e del segreto animo l’onte.
Addio, d’un santo amore Fantasie lacrimate, e voi compagne Di questa infelicissima fanciulla! A voi rida il candore Del vel che la pia madre adorna e piagne, E 'l pensier ch’erra a studio d’una culla. Io derelitta io scompagnata seguo Pur la traccia de l’ombre e mi dileguo.
voce di sotterra.
De’ tuoi begli anni il fiore, O fanciulla, intristí, chiedendo in vano L’aer e l’amor ch’ogni animal desía; Ma ride in quel bagliore Di sete e d’òr, che con la bianca mano La marchesa raccoglie e va giulía In danza. Or pianga e aspetti pur, che importa?. La prostituzïone a la tua porta.
Quel che ne la pupilla Del figliol tuo gelò supremo pianto Che tu non rasciugasti, o madre trista, Gemma s’è fatto e brilla Tra ’l nero crin de la banchiera. E intanto Il leggiadro e soave economista A lei che ride con la rosea bocca Sentenze e baci dissertando scocca.
Gioite, trïonfate, O felici, o potenti, o larve! e quando Il sol nuovo la plebe a l’opre caccia, Uscite e dispiegate, Pur la mal digerita orgia ruttando. Le vostre pompe a’ suoi digiuni in faccia; E non sognate il dí ch’a l’auree porte Batta la fame in compagnia di morte.