Versos Italian Giosuè Carducci Per il LXXVII anniversario della proclamazione della Repubblica francese

Italian poem

Per il LXXVII anniversario della proclamazione della Repubblica francese

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Sol di settembre, tu nel cielo stai Come l’uom che i migliori anni finí E guarda triste innanzi: i dolci rai Tu stendi verso i nubilosi dí.

Mesto e sereno, limpido e profondo, Per l’ampia terra il tuo sorriso va: Tu maturi su i colli il vino, e al mondo Riporti i fasti de la libertà.

Mescete, o amici, il vino. Il vin fremente Scuota da i molli nervi ogni torpor, Purghi le nubi de l’afflitta mente, Affoghi il tedio accidïoso in cor.

Vino e ferro vogl’ io, come a’ begli anni Alceo chiedea nel cantico immortal: Il ferro per uccidere i tiranni, Il vin per festeggiarne il funeral.

Ma il ferro e il bronzo è de’ tiranni in mano; E Kant aguzza con la sua Ragion Pura il fredd’ ago del fucil prussiano, Körner strascica il bavaro cannon.

Cavalca intorno a l’avel tuo, Voltèro, Il diletto di Dio Guglielmo re, Che porta sopra l’elmo il sacro impero, Sotto l’usbergo la crociata fe’,

E ne la man che in pace tra il sacrato Calice ed il boccal pia tentennò Porta l’acciar che feudal soldato Ne le stragi badesi addottrinò,

E crolla eretta al ciel la bianca testa.... O repubblica antica, ov’è il tuo tuon? Il cavallo del re, senti, ti pesta, E dormi ne la tua polve, o Danton?

Mescete vino e oblio. La morta gente, O epigoni, fra noi non torna piú! Il turbin ne la voce e nel possente Braccio egli avea la muscolar virtú

Del popol tutto. Oh, il dí piú non ritorna Ch’ei tauro immane le strambe spezzò, E mugghiò ne l’arena, e su le corna I regi i preti e gli stranier portò!

Mescete vino, amici. E sprizzò allora Da i cavi di Marat occhi un balen Di riso; ei sollevò da l’antro fuora La terribile fronte al dí seren.

Matura ei custodía nel sen profondo L’onta di venti secoli e il terror: Quanto di piú feroce e di piú immondo Patîr le plebi a lui stagnava in cor.

Le stragi sotto il sol disseminate, I martír d’ogni sesso e d’ogni età, I corpi infranti e l’alme vïolate E le stalle del conte d’Artoà,

Tutto ei sentía presente: il sanguinoso Occhio rotava in quel vivente orror, E chiedea con funèbre urlo angoscioso Mille vendette ed un vendicator.

De l’odio e del dolor l’esperimento Il cor gli ottuse e il senso gli acuí: Ei fiutò come un cane il tradimento, E come tigre ferita ruggí.

Ma quel che su da l’avvenir salía D’orror fremito udí Massimilian, E, come falciator per la sua via, L’occhio ebbe al cielo ed al lavor la man.

De’ solchi pareggiati in su ’l confino Il turbine vi attende, o mietitor: O mietitori fóschi del destino, Non fornirete voi l’atro lavor.

Maledetto sia tu per ogni etade, O del reo termidor decimo sol! Tu sanguigno ti affacci, e fredda cade La bionda testa di Saint-Just al suol.

Maledetto sia tu da quante sparte Famiglie umane ancor piegansi a i re! Tu suscitasti in Francia il Bonaparte, Tu spegnesti ne i cor virtude e fe’.