Italian poem
A Verdi
Voi che notturni moveste per le strade ancora ombrate; ch’or nel vestibolo, al vento antelucano, aspettate ch’uno v’apra il monumento del gran Morto;
voi che da quando le stelle pendean bianche su le lande, state: qui, sotto una mole grave, v’ascosero il Grande; qui: vedetela nel sole ch’è già sorto.
Voi che recaste gli aromi, questa è la tomba, se voi non cercate che una pietra: esso, l’aedo d’eroi, sceso qui con la sua cetra, non è qui.
Come cercate il vivente qui tra i morti? E pur n’udreste, s’egli qui fosse, sotterra, voci sì dolci e sì meste di saluto a questa terra della morte!
Ripeterebbe il suo pianto ch’è il suo canto dell’amore! Un vincitore ch’è vinto: altro è la vita? L’amore, sì, ma dentro un laberinto senza porte!
Voi che recaste gli aromi, egli vivrebbe, se fosse qui pur sotto questa pietra; ma si levò, si riscosse, volò via con la sua cetra, non è qui.
Morto? Ma udite! Ma udite! Come impreca! Come implora! Rugge: qual serpe lo morse? geme: qual bacio l’accora? Ama e soffre; ed altro è forse mai la vita?
Morto? Ma udite! Ma udite! Egli prega ora il suo Dio. Lungi la vita gli scorse, vuole il suo tetto natìo! Brama e soffre; ed altro è forse mai la vita?
Vive, ed è lungi, e ci manda l’inno dell’anima umana ch’è in esilio ed in martoro. Presso un’ignota fiumana ha sospesa l’arpa d’oro; non è qui.
Morto? Ma forse l’Italia dai due mari fu sommersa? Dove fu l’Etna nevosa l’onda ribolle e riversa? dove stette il Monte Rosa, c’è una duna?
O nell’Italia non vive più che un resto di canuti? Siedono a qualche cipresso, pensano e pregano muti... Non un letto con appresso la sua cuna?
Morto chi suscita i morti, con un clangor di metallo, dai silenzi della tomba?... Egli sul bianco cavallo corse via con la sua tromba: non è qui.
Morto? Si muore una volta! So che il Fauno primigenio, fiero cantava nell’ima valle, indulgendo al suo genio, quando rossa era ogni cima, su, di lava.
Quando l’Italia diserta fu dal Vandalo e dall’Unno, ei ripeteva il suo canto, l’imperituro Vertunno, mentre Roma a lui daccanto fumigava...
Su innumerevoli roghi, sotto infinite rovine, arso, oppresso, al flutto, al vento... Oh! chi morì senza fine, non ha fine, non è spento, non è qui.
Quanto morì!... La zagaglia ebbe un giorno alla gorgiera. Egli, egli stesso, il Ferruccio, in quella cerula sera, disse, senza odio nè cruccio: Dài a un morto...
Morto? Nè prima nè dopo, mai, Fabrizi Maramaldi! Cadde il Ferruccio nel sangue, ma si chiamò Garibaldi, quando rosso, da quel sangue, fu in pie’ sorto.
Voi che notturni moveste, quando le pallide stelle rilucean su la rugiada, egli, l’eterno ribelle, balzò su con la sua spada, non è qui.
Dove?... Sull’Alpi d’Italia! Forse il Vecchio è un giovinetto. Sale un ghiacciaio; s’arresta poi ch’una voce gli ha detto, con un grido di tempesta: Qui c’è nostro!
Dove?... Sui mari d’Italia! Forse è un mozzo, ebbro d’aurora. Punta una nave tra cento: drizza tra quelle la prora. Tra le sartie gli urla il vento: Mare nostro!
Dove?...Nel cielo d’Italia! Dove?... Chiedetene al sole! Qui non c’è che questa pietra. Stare e posare, non vuole: balzò su con la sua cetra, non è qui.
Forse prepara il cammino tra la terra e le sue stelle. Forse, tra il muto lavoro, guarda le ignote fiammelle, e già dice: Un dì tra loro parleranno!
Forse, più grande, già pensa una grande sua parola, quella che placa gli ardenti, quella che i mesti consola, la parola in cui le genti s’ameranno!
Voi che sotterra cercate l’ultimo Grande d’Italia; — era l’ombra, e il giorno è sorto — l’ultimo Grande d’Italia, io vi grido, non è morto, non è qui!