Italian poem
I. Il biroccio
I bovi per l’erbita cavedagna portano all’aia sul biroccio il grano. Passa il biroccio tra le viti e li olmi, con l’ampie brasche, pieno di covoni. Sotto i covoni va nascoso il carro, muovono i bovi all’ombra delle spighe. La messe torna donde partì seme, da sè ritorna all’aia ed alle cerchie. I mietitori ai lati del biroccio vanno accaldati, le falciole a cinta. Sul mucchio, in cima, un bel fantino ignudo. Tre vecchi gravi seguono il biroccio, i tre fratelli, un bianco, un grigio, un bruno. Ma di lontano, dalle gialle stoppie, un canto viene di spigolatrici. Sola comincia Flor d’uliva il canto,
poi le altre schiave alzano un grido in coro:
Sette anni planse, oimè sett’anni sani, e scalza andava, un vinco in ne le mani. Pecore e capre aveva entorno, e’ cani. Sette anni, oimè taupina sclava, sett’anni planse: un dì, cantava... Passava un cavaleri de la crose, sentì lassù la dolze clara vose, ligò ’l cavallo cum la brillia a un nose: «Vosina clara como argento, sett’anni è sì, che no te sento»...
Son tra i pioli i ben legati fasci, le spighe in dentro, e sovra il mucchio d’oro che va da sè, siede il fantino e ride. Ride gettando i fiordalisi in aria e le rosette: al piccolo di casa mandano a gara, uomini e donne, un motto, mandano a prova, verle e quaglie, un suono. Parlano i vecchi, i tre fratelli, insieme. E l’uno parla, e dice: «Arregidore, ben Vidaliagla si può dir granaro». E l’altro parla, e dice: «Campagnolo, la terra è buona, ma voi meglio siete;
voi, meglio, e i bovi del fratel Biolco». Tace il Biolco, ma s’allegra in cuore. E più lontano viene dalle stoppie il canto tristo. Flor d’uliva intuona: seguono l’altre, ch’oggi sono ad opra:
Ligò ’l cavallo, e se li fece avanti. «Deh! pasturella, Deo te guardi e’ Santi. Mangiasti bene, così gaia tu canti!» «Vui dite, la Deo gratia, vero: mangiammo, e’ cani et eo, pan nero». El cavaleri la mirò cum dollia. «Ne’ to’ cavelli sempre ’l vento brollia, lassa tra’ rizzi l’erba ’l fior la follia». «El vento no, non è, meo Sire: è che nel feno aio a dormire»...
Fermo è il biroccio. Al bel fantino stende le mani, e d’alto lo raccoglie in collo, la prima nuora; e gli uomini e le donne prendono i fasci e fanno il cavaglione. L’Arregidore dice al Campagnolo: «Spighe segate e manipelli a bica di rado o mai Santo Zuanne ha visti». Dice il Biolco: «E seghisi la stoppia
prima che piova, non la terra v’entri!» E il Campagnolo: «E tosto ariamo. Arare tre volte è bene, quattro volte è meglio». E dice qui l’Arregidora, e passa: «Ben ci faranno ceci fava ervilia!» E passa, ch’ella ha da far cena, e il giorno è già sul calo. Ma vie più lontano vien dalle stoppie il canto delle schiave:
Al cavaleri ansava forte ’l pecto. «In quil castello u albergare aspecto, dimme s’eo posso ritrovare un lecto». «Di plume, eo l’ebbi, in quil castello, col Sire meo sì blondo e bello!» «Tristo a cui te fidai nel meo passare! Dolze mea sposa, eo torno a te dal mare». E se levava l’elmo e lo collare; e per le spalle a mo’ de l’onde scorrèn le longhe ciocche blonde»...
For de la bella caiba fuge lo lusignolo. Plange lo fantino però che non trova lu so osilino ne la gaiba nova, e dise cu dolo: chi gli avrì l’usolo? e dise cum dolo: chi gli avrì l’usolo?
E in un boschetto se mise ad andare, sentì l’oseletto sì dolze cantare. oi bel lusignolo, torna nel meo broylo oi bel lusignolo, torna nel meo broylo.
Sette anni pianse, oimè sett’anni sani, e scalza andava, un vinco nelle mani. Pecore e capre aveva intorno, e i cani. Sette anni, oimè tapina schiava, Sett’anni pianse: un dì, cantava... Passava un cavaliere della croce. Sentì lassù la dolce chiara voce. Legò il cavallo con la briglia a un noce. «Vocina chiara come argento, sette anni è, sì, che non ti sento!». Legò il cavallo, e le si fece avanti. «Deh! pastorella, Dio te guardi e i Santi: mangiasti bene, così gaia tu canti!» «Voi dite, la Dio grazia, vero. Mangiammo i cani ed io pan nero»
Il cavaliere la mirò con doglia. «Nei tuoi capelli sempre il vento broglia: lascia tra i ricci l’erba, il fior, la foglia». «Il vento no, non è, mio sire: è che nel fieno ho da dormire». Al cavaliere ansava forte il petto. «In quel castello, ov’albergare aspetto, dimmi s’io posso ritrovare un letto». «Di piume, io l’ebbi, in quel castello, col sire mio sì biondo e bello!». «Tristo a cui ti fidai nel mio passare! Mia dolce sposa, io torno a te dal mare». E si toglieva l’elmo ed il collare: e per le spalle, a mo’ dell’onde, scorrean le lunghe ciocche bionde.
In una grotta in riva della Zena c’è un vieni e vai, ma che si sente appena... gràpari gràpari tra... Ell’è una donna che tesse che tesse, una spola che va che va...
Un drago aspetta, attento, che si spicci; il giorno sta con gli occhi fissi ai licci... gràpari gràpari tra... Finito ch’abbia quello ch’ella tesse, dopo, il drago la mangerà.
Ma, guarda e guarda, gli occhi a sera ei vela. Ei dorme, ed ella stesse la sua tela... gràpari gràpari tra... Il giorno fa, la notte sfa, chè tesse la tela dell'eternità.
Rispònder vòi a dòna Frìxa Ke mè consèia en là soa guìsa.