Italian poem
Il cuculo
Rigo, mentr’era buona ancor la luna, potava. Aveva, a raccattar le brocche, la bionda Rosa e la Viola bruna.
Allegre. Oh! d’un viticcio tra le ciocche ridean mezz’ora! E poi dicean, ridenti, col fascio in capo: “Siamo o no due sciocche?„
Rigo seguiva il loro andar coi lenti sguardi, col tralcio che torceva, in mano, ed un vinchietto tremolo tra i denti.
Chè s’affrettava. Era già alto il grano, avean le gemme l’uva in bocca. — O vigna! pensava: — il cucco già non è lontano! —
Pensava: — Il ben nel presto non alligna — Ma sì, potava, poi torceva a modo il capo buono, quel che fa la pigna;
e lo legava con vie più d’un nodo.
Sì: presto e bene. E già finiva il tutto, quasi; e non s’era inteso il doppio accento del cucco: — Un giorno molle, un giorno asciutto — ;
non s’era inteso annoverar tra il vento dolce le viti ancora da potare, cuculïando il contadino lento.
Era all’ultima vite del filare Rigo, e le donne all’ultimo fastello; e venne il canto da di là del mare.
Con la sua mucca risalìa bel bello la mamma, e il babbo la scontrava in via. Dore si ritrovò col suo fratello.
“L’ultimo nodo! Rigo gridò: Via!„ Rosa premeva il fascio coi ginocchi... C’erano tutti, in pace e compagnia,
col sol morente, che splendea, negli occhi.
Avea finito. E stettero alcun poco. E teste bianche e teste bionde e nere splendean sotto le nuvole di fuoco.
Udiano le due voci delle sere di primavera, limpide e sonore, così lontane che parean non vere,
così vicine che parean del cuore.