Italian poem
Moniti
by Giovanni Prati (1814–1884)
Vade comes invenum: sed lectis auribus hauri verbo senum. Diversamente all’uom le tre sorelle torcon, chiuse nell’aria, il fuso d’oro; e la giornata, com’Esiodo canta, una volta è matrigna, un’altra è madre. Tu, se stolto non sei, prendi da Giove i beni e i mali; né indignarti in nulla, né querelarti. È un servidor lo sdegno orbo degli occhi, che follie consiglia, e la vana querela una fantesca che di ciance indefesse empie la casa né bada ad altro. Il debito a’ celesti non indugiar; fa’ le giustizie; aiuta il tuo vicin di tegolo: una mano pulisce l’altra e due lavano il viso. Poi, chi sparge raccoglie. Onesta donna scegli al tuo lare; e, pria di farlo, annusa i parer della villa e spia guardingo l’atrio ov’è nata. Coi fanciulli e i vecchi verecondo favella: il dio custode delle stirpi t’ascolta. Al tuo bisogno conta il peculio e, poi ch’ogn’anno ha un verno, pensa a’ foraggi, e t’erudisca il giro della formica. Per imbratto o polve si corrompe ogni panno e fin la nostra corporea veste: a’ roridi lavacri dá’tu le membra, od Espero s’infiori o splendan l’Orse: in Pindaro si legge ch’ottima è Pacqua. Aspira aria con luce sull’ora mattutina: ebbe in quell’ora nascimento l’Olimpo, e i gran disegni spuntan da quella. In candide parole appalesa il pensier, ma non usarne di troppe mai: chi parla arguto e breve domina i molti, ed a’ piú rari è in pregio. Contien’fra’ denti le sentenze tue su cosa od uom: chi le riporta, ha spesso falsi i ricordi o l’anima maligna. Buona scorta al futuro è la speranza; ma non dir quattro se non l’hai nel sacco, ché piú amaro del tosco è il disinganno. Dimori alla cittá? Schiva la lupa e lo strozzin, due detestati spettri del mondezzaio; non lanciarti in lite collo staffier, che l’insolenza impara dal suo matto padrone. Abita in parte non invasa da tempo e da ruina se la notte non vuoi tenia né topo sentir nel muro o coccoveggia ai tetti. Sosta a’ pilastri, ov’è stampato il senno del municipio, e a’ consoli tardivi scarso t’affida; e, quando giungi a sera, fortemente asserraglia il tuo penate, ché quanti ha la cittá fornici e bische, tante ha cerne di ladri e mozzorecchi. Pellegrinando dai siderei regni, tratto tratto qualcun degl’immortali va per la terra; ma l’ambrosio capo piuttosto ai muschi della valle adagia, o all’aperto del monte, e gli s’oscura, guardando alle cittá, l’aura del viso. Dimori ai campi e consultar t’approda l’ora del tempo? Tel sa dir la rana del fossatello, o il voi della cornacchia, o, sospesa alle tue tiglie, la gaia rondine o il chiaro vento alla foresta; ché, in servigio deH’uom, Giove alle belve die’ profetici istinti e spirto e voce alla nuvola, all’aria ed alle stelle. Hai novali del tuo? Semina e mieti. quando la gru che naviga per Paltò con suo fil te ne avverte, o la cicala che con la pancia in su dentro i maggesi canta alla luna. Hai sacro arbor d’oliva o di vite a potar, che ti ricangi di grappoli e di bacche? Al tempo attendi che fiora il biancospini né piú le scalza, quando bavosa su pei tronchi repe la lumachella. Son precetti antichi, che la nova dottrina ancor dall’uso non cancellò. Se nulla hai di cotesto, ed in paterna povertá sei nato, l’anima innalza, e fa’ col tuo cervello, e con le mani tue l’opra che basti a darti il pane: il pan sotto le stelle è cibo sacro, se noi mangi in ira, ma ringrazi gli dèi che te lo danno senza colpa o vergogna. Odia tre cose piú che il morbo, la Parca e PAcheronte: ozio, invidia e vendetta. Il piú felice de’ mortali è colui ch’altri mortali non ha reso infelici. Il chiuder gli occhi non è poi cosa, se onorasti i numi, da impallidirne. Una gioconda riva popolata di mirti, ove s’aduna il consorzio de’ pii, Giove ha concesso ai miglior sempre, e lá vivono eterne le cognate famiglie, e van parlando di ciò che a ricordar torna soave anco aH’anime ignude; e nessun vento procelloso e crudel, come qui spira. quelle fronde conturba e quella luce del santo Eliso. A te, se il cor ti basta, s’apriran quegli alberghi, e a me. di Febo non vulgar sacerdote. Inciso è il carme, come tu vedi, in povera tabella. Ma lo vergai mentre la sacra musa nei boschetti di Cecrope correa sui nervi d’òr col pollice divino.