Versos Italian Giuliano Sabbatini Ninfa gentil, che per gli afflitti lidi

Italian poem

Ninfa gentil, che per gli afflitti lidi

by (1684–1757)

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NInfa gentil, che per gli afflitti lidi D’Alfeo sola ten vai Lacera il crine e scolorita il viso, E mesta guard’iutorno, e mesta gridi: Qual d’affannosi lai Gran suono ascolto, e quale in te ravviso Aspro duolo improviso? Chi del bel fiume tuo le placid’onde Intorbida e confonde? Qual delle arene illustri impetuoso Strano vento crudel turba il riposo? Ma qual vegg’io fra queste ombrose piante Negro marmo fatale Inciso d’auree Note? Ahi troppo chiaro Leggo scritto Polibo. In quali e quante Parti, eccelso, immortale Giunto io lo miro! Oh dolce a un tempo e amaro Bel nome eletto e raro! Nome, che un giorno fu la gloria e il vero Splendor del Tosco Impero; Ed or, ch’egli è nome pur nudo e solo, Porta al sacro Parrasio angosce e duolo. Ninfa adunque che piangi in questa riva Il buon Polibo estinto, Giusta cagione a lamentar ti mena: Poichè la parte in lui più vera e viva Morte ne tolse, e scinto Dalla mortal sua nobile catena Là nella più serena Parte del Ciel fu ’l vago spirto accolto; E del tesor, che tolto Ha il Fato a noi, se ’n va più ricca e altera L’alta de’ primi Atleti inclita schiera. Ma s’io, che mesto pellegrin or giungo Dal bel Toscano suolo, Dove l’Eroe, che piangi ebbe il natale, Di lui ti parlo, e in fiere guise aggiungo Duolo al tuo giusto duolo, Soffrilo in pace; e del bell’Arno quale il gran duolo immortale, Tal sia d’Arcadia, e poichè egual’è il danno, Pari sia il crudo affanno; E pallide si mirono e confuse Colle Tosche del par l’Arcade Muse, Morio Polibo, e fur viste con lui Partir l’alme virtudi, E al bel principio lor volgere il piede: Cercaro i boschi più nascosi e bui Le leggi e i tanti studi; E quella, onde il suo nome ogni altro eccede, Colma di bianca fede, Vera prudenza, e della nobil’Alma L’imperturbabil calma Partissi; e seco il generoso egregio D’auro, e di pompa vile alto dispregio. Pur ne’trofei di Morte io non rimiro La gentil cetra illustre, Nè i sacri carmi, o il glorioso allòro. Di man del Padre i saggi figlj usciro, E savia cura industre Gli accolse, e vidi alume ricchezze in loro, D’altro che d’ostro, e d’oro; E ne fè dono alla futura etade, Di sua troppa pietade Morte sdegnossi, e non potendo a’ figli, Stese al buon genitor gli avidi artiglj, Ma chi potea fra il cenere del padre Della prole gentile Spegner l’ardore, o rattener nascose Le sì amabili sue forme leggiadre? In vigoroso stile Se stesso in loro il genitore espose; E tutte in lor ripose Della grand’Alma sua le voglie e i sensi, In lor tutti i più accensi Alteri affetti del suo cuor diffuse, E que’, che sempre agli altrui sguardi ei chiuse. Vedi quai fur nel gran periglio atroce Dell’Austria sbigottita, E del Cristiano Mondo i suoi pensieri, Vedi alla trionfale invitta Croce Quai di laude infinita Sciolse dal plettro d’Or begl’inni alteri. De i santamente fieri Eroi fedeli, e vincitori, oh come Rese più chiaro il nome Cangiò in tromba la cetra, e a Guerrier prodi Le vie mostrò delle Vittorie, e i modi, Di sua sì varia e sì contraria sorte Ai troppo veri sdegni, Ai troppo finti Amori egual dispregio Rese; nè il petto imperturbabil, forte I consùeti segni Mostrò di doglia, o di viltade. Il pregio, Dell’onor. vero egregio Distinse, e quello amò, che al ciel riduce Sua pura e viva luce; E il van desìo, che sol di terra nasce, Spegner fu visto, e soffocarlo in fasce. Quindi, qual suon con provvido consiglio L’errante Rondinella Fuggir del freddo Ciel l’aspro rigore, E gir dal nido in volontario esiglio; Tal’ei dalla sua bella Patria fuggendo in solitario orrore, Passò le più bell’ore Pago di un ingegnoso ozio sereno, Ozio, che fuor dal seno L’aspre memorie a lui trasse del duolo, E lasciò al cuor la libertà del volo. Belle dell’Elsa amabili e felici, Rive, poi pur l’udiste Cantar sovente in dolorosi carmi I nomi e i pregj de’ perduti Amici; Alle pietose e triste Note spezzarsi, e mostrar senso i marmi; E l’implacabil’armi Odiar la Morte, e dell’obblio più lenti Trapassare i momenti; E nuova vita alle già spente vite Rendersi, e ritonar l’alme smarrite. Da Voi, bei lidi, il maestoso suono Mosse, che di là giunse Pien di laude immortal, che eterna vive,. Della Real Cristina infino al trono; Da voi quel suon, che aggiunse Fama a queste d’Arcadia inclite rive; Da voi le calde e vive Parole, ond’ei nell’ultimo periglio, A lei, che del suo Figlio, E Figlia e Madre, si rivolse, e chino Arbitra lei chiamò del suo destino. Ma voi, che tanto di sua vita aveste, Selve riposte e sole, Gli ultimi suoi sospir non possedete. D’Arno le rive sconsolate e meste All’ultime parole Piansero, e vider rugiadose e liete Sue pupille quiete Chiudersi al giorno e il Patrio suol potèo, Qual d’immortal trofeo, Dei sacri avanzi ornarsi, e dir: qui nacque Polibo illustre, e quì morendo giacque. E ben l’Etrusca addolorata gente Disselo in tuon concorde, E piovve allor sulla bell’urna il pianto; E udii io stesso attonito e dolente Sulle dorate corde Cangiarsi in lutto a cento muse il canto. Pianse Italia altrettanto, Anzi l’Europa tutta, e da un sol fonte Sceorrer leggiere, e pronte L’acque del pianto in mille rivi iò scersi Che al pari del suo fonte eterne fersi. Canzon che il nostro duolo Fin tra gli Arcadi prati accolto miri, Fermati fra quest’ombre, e sciogli il volo A’tuoi caldi sospiri: All’odorato sasso Forse sian più graditi Al nobil suon di queste cetre uniti.