Italian poem
Dello scrivere per le Gazzette
Sdegno di far più misere Con diuturno assalto Le splendide miserie Di chi vacilla in alto; Sdegno, vigliacco astuto, Insultare al cadavere Dell’orgoglio caduto.
Nè bassa contumelia Che l’uomo in volto accenna, Nè svergognato ossequio Mi brutterà la penna, La penna, a cui frementi Spirano un vol più libero Più liberi ardimenti.
Oh se talor, negl’impeti Ciechi dell’ira prima, In aperto motteggio Travierà la rima, A lacerar le carte Tu, vergognando, aiutami, O casto amor dell’arte.
Il riso malinconico Non suoni adulterato Dell’odio o dell’invidia Dal ghigno avvelenato, Nè ambizïon delusa Sfiori la guancia ingenua Alla vergine Musa.
Nell’utile silenzio Dei giorni sonnolenti, Con periglioso aculeo Osai tentar le genti; Osai ritrarmi quando Cadde Seiano, e sorsero I Bruti cinguettando.
Seco Licurghi, e Socrati, Catoni, e Cincinnati, £ Gracchi pullularono D’ozio nell’ozio nati: Come in pianura molle Scoppia fungaia marcida Di suolo che ribolle.
Ahi, rapita nel mobile Baglior della speranza, Non vide allora il vacuo Di facile iattanza L’illusa anima mia, Che s’abbandona a credere Il ben che più desia!
E le fu gioia il subito Gridar di tutti a festa, E sparir nelle tenebre La ciurma disonesta, Ed io, pago e sicuro, Aver posato il pungolo Che ripigliar m’è duro.
O Libertà, magnanimo Freno e desio severo Di quanti in petto onorano Con te l’onesto e il vero, Se del tuo vecchio amico Saldo tuttor nell’animo Vive l’amore antico,
Reggi all’usato termine La mano e la parola, Quando in argute pagine Caldo il pensier mi vola, Quando in civile arringo La combattuta patria A sostener m’accingo.
Teco in aperta insidia O in pubblico bordello Dell’adulato popolo Non mi farò sgabello, All’amico le gote Non segnerò col bacio Di Giuda Iscariote.
Dell’orgia, ove frenetica Licenza osa e schiamazza, Con alta verecondia Respingerò la tazza. Con verecondia eguale Respinsi un tempo i calici Di Circe in regie sale.
O veneranda Italia, Sempre al tuo santo nome Religioso brivido Il cor mi scosse, come Nomando un caro obietto Lega le labbra il trepido E reverente affetto.
Povera Madre! Il gaudio Vano, i superbi vanti, Le garrule discordie, Perdona ai figli erranti; Perdona a me le amare Dubbiezze, e il labbro attonito Nelle fraterne gare.
Sai che nel primo strazio Di colpo impreveduto, Per l’abbondar soverchio Anche il dolore è muto; E sai qual duro peso M’ha tronchi i nervi e l’igneo Vigor dell’alma offeso.
Se trarti di miseria A me non si concede, Basti l’amor non timido, E l’incorrotta fede; Basti che in tresca oscena Mano non pôrsi a cingerti Nuova e peggior catena.