Italian poem
Nota vol. II
Non per questo però d’ira t’accendi, o figlio di Latona, ch’è lo sfregio minor che siasi mai fatto alla tua corona; se tu m’ascolti, io dirò peggio assai. Dafne che tanta forza aggiunse al piede snello, per vergine fuggir dalle tue mani, poiché mutò la scorza e mascherossi in lauro, è divenuta donna di bordello, e per argento ed auro, nova Semiramisse, ai piú villani animali si dona. Febo, deh mel perdona! Quanti, o quanti dappochi vidi agli elei e vidi ai pizi giochi aver cogli altrui versi il primo ónor dai giudici dell’arte, e vidi il vero autor sorridere in disparte! E Roma a chi diè ’l lauro? Colui fu coronato, che avea dall’Indo al Mauro sparso piú sangue e piú l’altrui rubbato. Quanti ebbero l’alloro seguaci del tuo figlio, a cui non pende invan la barba d’oro, ch’era miglior consiglio, piú che a que’ medicastri, dare all’infermo il trionfale onore, che nudo combattè co’ loro empiastri, e restò vincitore! Quanti... — Seguia Silen; ma non potè Febo tenersi piú; il lauro strappò giú dal crine, e disse: — Or che si infame se’, io non ti stimo un fico.
Vanne lungi da me; e al colmo de l’infamia ora t’appresta. — Disse, e a un dottor mio amico ne incoronò la testa.
Amor sia teco, non quel vile ond’erra spesso dolente il gregge e spesso audace fa per l’aprico piano in fra sé guerra; ma quel che di due spirti un sol ne face, onde un saggio si puote aver qui in terra dal bel paese de l’eterna pace.
Cosi non fia che possa quello che mi persegue occhio indiscreto saper tra’ vivi il mio alto segreto; cioè che qui di dreto ieri, ohimè, in piazza, il ciel me lo perdoni, mi si ruppe la stringa de’ calzoni; tal che a battuti sproni io fui costretto per mezzo Milano correre a casa con le brache in mano.
Appunto in quel momento che torna l’alba a nascere, e lievi fiati volano dinanzi al sol che vien,
Filli, appunto in quel momento quando l’alba esce del mare, e che sentesi spirare fra le fronde un lieve vento,
mentre i’ dormia contento, cara, di te sognandomi, ecco il figliuol di Venere con viso entrar seren. Avea di sonno ancora i suoi begli occhi languidi; e l’ale a lui stillavano di mattutino umor. — Che vuoi si di buon’ora, o sempre amabil ospite? — dissi; e la man tenendogli mi palpitava il cor.
mentre in letto ancor giacea, pur di te, cred’io, sognando, ecco a me venir volando il figliuol di Citerea. Ei di sonno porporine avea ancor le due pupille; e dall’ala a stille a stille gli cadean le fresche brine. Su quest’ora, o giovinetto, qual ti move affar si strano? dissi, e presol per la mano, mi batteva il cor nel petto.
Volano i giorni rapidi del caro viver mio: belle fanciulle addio non fate piú per me. Dissi e gli amanti insipidi
Volano i dolci
Volano i dolci istanti dell’etá
Volano i dolci istanti dell’etá mia novella; avvedesi ogni bella che passa in me l’etá. Dissi: e i fastosi amanti a sé mal noti ancora:
I giorni miei sen volano
Le belle che sen volano schife da me lontano verran di mano in mano [verran con noi pian piano] lor brindisi ad unir.
E noi compagni amabili noi che faremo allora? Seco un bicchiere ancora bevere e poi morir.
Ah! se avvien ch’io mai l’adeschi, si la cruda tenterò che a mal gioco meco treschi.
Io giá ventola non sono: sono amor cambiato in ventola