Italian poem
Che pensi e indietro guardi, anima trista?
by Jacopo Sannazaro (1457–1530)
Che pensi e indietro guardi, anima trista? Tempo è da chiuder gli occhi, almen per non veder cosa men bella. Partito è ’l sol che ne solea dar vista, e par che non li tocchi alcun pensier di te, sua fida ancella; ché l’una e l’altra stella, le gemme e l’oro, la neve e le rose ne sono in tutto ascose per lo suo dipartir; e ’l dolce viso ha tolto agli occhi nostri il paradiso. Vago giardin, tu sai ben quanto è grave il mio danno, anzi il nostro; c’avemo ambi perduto un sì bel fiore. L’äer vicin, che pien d’odor süave rasserenava il chiostro, turbido è fatto; e ben mostrò dolore, perché sentiva amore, ogni fior sottoposto a sì bel piede, e dove ella si siede e ’l delicato lembo a l’erba sparse. Chi non l’ebbe sì dolce, e chi l’ebbe arse. Partita è la tua gloria, e tu tel senti, che, mentre ella gioiva ne l’albergo gentil, tuo pregio fue: or tu ten piangi al suon de’ miei lamenti, ché ’l sol di sé ti priva e già vanno in oblio le laude tue. Io, vinto da le sue luci, rimango cieco e senza appoggio: così di poggio in poggio vo contando a le selve i miei martiri, rompendo il ciel con più caldi sospiri. Aimè, che ’l saggio e grazïoso volto altronde ognun contenta col chiaro lampeggiar di suoi bei rai: e ’l mio cor porta a le sue trecce involto e dì e notte il tormenta, e tal che insino a qui sento i suoi guai; per che io non spero omai di vederlo mai più, come già il vidi. Ahi, alma, in che ti fidi, s’ogni nostro piacer passa e non dura e in queste opra mortal tutto è ventura? Caldo pensier mel forma inanzi, come chi nel suo albergo torna, e parmi ognor udir sua voce altera; vedo il bel ciglio, ov’è dipinto il nome che nel mio cor soggiorna, credendo esser in ciel, come dianzi era. Poi ch’io comprendo vera- mente esser dilongato il mio conforto, freddo, attonito e smorto, come uom fatto di marmo, alor divento, vedendo il mio pensier portarne il vento. Erbe e fior che sentiste il divin lume, e voi, donne, che i suoi raggi vedeste, e udiste le parole da trar un monte et acquetar un fiume, piangete meco, poi che s’è da noi partito il nostro sole. Già di me sol non dole, ma di noi, che del suo calor siam privi. Amor, perché assentivi a tanto male? or non bastava il mio, senza sollicitar l’altrui desio? Rendi a la vita nostra il vero speglio d’ogni forma e virtute, e torna la speranza al primo obietto. Minor mal fòra, se non era meglio, levarni ogni salute che la presenzia del suo bel aspetto; ché un sincer diletto, non ha ben che ’l pareggi, e non è male a la perdita eguale. Sì che provedi tu, ché in tua bilanza è riposta la tema e la speranza. Sospir dolenti e rozzi, per voi farebbe andar a cui v’intenda, acciò che ’l si comprenda che ’l sfrenato desio, che fuor vi tragge, è noto a monti, a fiumi, a selve, a piagge.