Versos Italian Jacopo Sannazaro Gliuommero

Italian poem

Gliuommero

by (1457–1530)

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Licinio, se ’l mio ingegno fusse ancora tal⟨e⟩ qual era alora, in quella etate ch’io stava in libertate, fuor d’affanni, nel fior de’ mei primi anni, anzi che Amore fra sì dubioso errore in basso stato me avesse confinato, io faria sentir la lira mia con tal diletto, che v’ingombrara il petto di dolcezza. Ma perché solo annezza in lacrimare e non sa più trattare riso o canto, ché de doglia e de pianto sempre abonda, e vói pur che responda a tua proposta, questa breve risposta ti rimanda, come il tempo comanda, e così dice:

— La memoria felice de re Andrea de la suppa navrea si delettava, e spesse volte usava gelatina, la salza gramillina e le zandelle, e sopra alle crespelle zafarana, pedeta de puttana e maccaroni, con dui o tre caponi sotterrati. Li piedi delessati con lo acito li davano appetito innanzi pasto: non se usava anrasto e st’altre cose. E mo quatro tignose pecorelle cazzano vidandelle in capo loro, come, nota, ne moro in crepantiglia; non sazzo che potriglia e che mordoche, con li guai che le coche sanno fare, e vono delegiare Dio e lo mondo. Chi lo colore biondo a le pastiere te facea fiere fiere saturare? che cosa era a provare una mesesca? e la zuppa francesca con la trippa? C’una madamma Pippa la faceva, e questa la sapeva apparicchiare e solea demandare alla reina ogni anno, la mattina della Pasca! Ma lo mondo se allasca quanto puote, che ’nde chiango alle bote allataviro, e getto uno sospiro como guaio de le piche de maio. Con li fiori, cose de gran signori e de baroni, mo fanno li melloni e le cotogne, con poco de ansogne ⟨d’⟩anatrella et una pettolella aravogliata: ’na cosa sbombocata e senza mèle. Poi te fanno le pele sti fiticci che cavon li pasticci alla moderna, che è proprio una taverna. Vimemene, che le galline chiene e senza l’osse non te pare che fosse una gran prova, tutte de caso e d’ova fine in pizzo? Oh quanto me ne stizzo alle fiate! Par⟨e⟩ che siamo state allo diserto. Che vale lo lacerto che è rostuto, se non è stenneruto con lo bollo? che sapore ha lo pollo lardïato, se non è ’mbrodolato alla polita? Ma quando te convita uno signore, per farte grande onore allo manzare, te farà imbrossinare per la bocca

uno o doi perlicocca amantecate, dui carozze mondate e quatro uilive; e de puo’ zurla e vive a surzo a surzo! Sopra a porta Don Urzo è una mammana, una donna anzïana, che una notte, andando a Piedegrotte, stramortia; scontrò l’oste d’Archia presso le mura, e tanto ebbe paura che cascò, e poi se ne tornò trista e gelata, e stete amalata più de uno anno. Molte cose se fanno allo secreto, c’a te che si scoieto dir se ponno. Sta notte è ita in sonno a uno iuristo l’alma de papa Sisto, e dice cose molto maravigliose a chi le sente. Uno de lo regente me disse iere che messer Stratiere è spiritato, e stando incatenato ne lo acuoro, dentro a Santo Leguoro, una gran donna mandò per Marchionna a San Lorenzo, che portasse l’incenzo beneditto. Ma, oimè!, par che l’aflitto è attarantato, ché, stando a lo Mercato l’altro giorno, uno pigliò un corno per sonare e fecelo gettare da cavallo. Dicese che un gallo d’un todisco ha fatto un basilisco a Santo Arpino; ma messere Bandino dice bene, che cosa ch’entrevene non è male, però che è naturale, e con ragione muove una questione in cirugia, come Enoche et Elia in paradiso. E per donarte aviso d’una cosa, con tutto che non ⟨o⟩sa favellare, ha udito ragionare alla Doana c’ha còlto paparana un calafato,

che l’ha⟨ve⟩ notricato con lo latte, e tristo chi s’abatte a quella casa! Ognuno se la basa et accarizza, e fannoli la pizza con lo mèle. Disseme Rafaele cauzarolo c’aveva inteso al Molo una novella, ch’è pòsta la gabella a Salvïata, et hala comparata da la corte uno omo molto forte de moneta; ma vói che sia secreta, per lo impazzo che Stefano Porcazzo li daria. —

Io non me stancaria mai de parlare, se non che a sospirare son tirato dal mio sinistro fato, che mi acenna ch’io posa omai la penna e fazza fine. Quelle luce divine ond’io tutto ardo, e quel süave sguardo tanto ameno, e ’l bel viso sereno e le parole dolce e nel mondo sole, e quelle mane che me son sì lontane per mia sòrte, son cagion de mia morte innanzi tempo. Così, lasso, m’atempo ad ora in ora, e temo fin ch’io mora arderò sempre, fin che ’l corpo se stempre in poca polve, però che si risolve a poco a poco nell’amoroso foco in tempo breve come imagin di neve al caldo sole; onde l’alma ⟨si⟩ dole, e si lamenta che non è chi la senta quando piagne. Queste verde campagne e queste piagge che de fiere silvagge son sì piene, queste ben nate arene e questi liti, ove ognor gli occhi affiti vólgo e giro, e l’aere ov’io sospiro, e queste rive, queste fontane vive e queste valli.

questi fioriti calli e questi boschi, quest’antri ombrosi e foschi e queste erbette, queste acque benedette, ove Diana e la mia dolce e umana Citerea con ciascuna altra Dea par che si lave, questa terra süave e queste grotte mi stanno giorni e notte innanzi agli occhi, né cosa è che mi tocchi tanto a l’alma; e sol quest una salma abraccio e porto, e pria mi vedrai morto all’onde stige che ’l dolor che me afflige sia mai spento, se ’l ciel non ha pietà del mio tormento.